Intervento Assemblea Stop Precarietà Ora di luglio al Brancaccio

"Noi precari e precarie abbiamo visto cose che voi uomini a tempo indeterminato non potete neanche immaginare".

Al principio si disse che quello della precarieta' era un fenomeno congiunturale, causato dall’assestamento di un mercato del lavoro in
trasformazione e favorito da una crisi economica tenace e nefasta: nel momento in cui la fantomatica ripresa si fosse verificata, tutto si
sarebbe risolto. Quando e’ apparso evidente a tutti che il fenomeno non era poi cosi’ transitorio, la colpa della precarietà e' ricaduta sui
giovani, troppo svogliati, troppo abituati alla "pappa pronta" - il posto fisso cosi' gloriosamente conquistato dai propri antenati - troppo
poco flessibili nella mente e poi è venuto il turno delle donne, poi degli immigrati – che ci rubano il lavoro. Alla fine si e’ compreso che
la precarieta' non e’ marginale ne' congiunturale, ma e’ frutto, fulcro e nerbo delle trasformazioni che hanno ristrutturato i modi della produzione economica, e rappresenta un nuovo modello dell'organizzazione sociale e territoriale.
Incarna contemporaneamente la trasformazione del mercato del lavoro e l’idea dei luoghi, delle relazioni e degli stili di vita, di cui la societa’ liberista ha bisogno.

Ci sembra però che adesso si stia compiendo un ulteriore semplificazione. Una volta assunto il carattere strutturale e pervasivo
di questo fenomeno, pare che la soluzione risieda semplicemente in una dotta dissertazione sul tipo di rivendicazioni da adottare e
sull’abrogazione di questa e di quella legge che ne hanno accompagnato la diffusione (ma non la creazione).

Ci riferiamo in particolare al dibattito sul reddito e sul salario – avvenuto sulle pagine del Manifesto nelle scorse settimane – ma anche
all’impostazione e alle prospettive che questa assemblea sembra volersi dare.

Con ordine.
Assumere come riferimento cartesiano la contrapposizione fra reddito e salario e’ fuorviante. Non per le evidenti ragioni che le due posizioni
esprimono, bensì per il fatto che questa contrapposizione – assumendo il piano della rivendicazione come l’unico problematico - ci nasconde la questione fondamentale: per quale ragione si dovrebbe verificare una inversione di quella tendenza che ha visto, negli ultimi vent’anni,
ridurre incessantemente le retribuzioni e i diritti - prima monetarizzati e poi sviliti? Certo non per il semplice fatto di aver
posto il problema. O, come sospettiamo, perche’, ad esempio, e’ cambiato il governo? Non lo crediamo.
Questo arretramento di diritti può essere pensato come il frutto di un atteggiamento corrotto, minimalista e concertativo dei sindacati e dei
partiti della sinistra; oppure - di questo, però, ne siamo convinti – si può pensare che la serie infinita di sconfitte, sul piano sociale e
lavorativo, sia stata causata dalla vigorosa ristrutturazione dei modi di produzione che hanno permesso all’impresa di affermarsi come forma
sociale di riferimento, di sviluppo e di civilta’ rendendo – in molti casi - le forme tradizionali del conflitto inefficaci. Il pensiero
debole e gli atteggiamenti improponibili, comunque imperdonabili, delle sinistre sono l’effetto e non la causa di tutto ciò.

Il punto su cui focalizzare l'opposizione alla precarietà sociale, e su cui costruire un percorso credibile, quindi, non e’ la contrapposizione
tra reddito e salario, ma è quello di definire i modi e le forme attraverso le quali trovare e saldare nuove forme solidali e di
conflitto, fra i lavoratori e precari/e, i nativi/e e i/le migranti.

Nuove strategie e nuove complicità.
La precarieta’ e’ una questione (maledettamente) seria, e’ atomizzazione applicata, erode in profondita’ il tessuto sociale. Il percorso
intrapreso con l’euromayday ha saputo rompere il silenzio ed è riuscito a creare quelle imprescindibili relazioni sulle quali l’anno venturo ci
si giocherà la capacità di costruire percorsi efficaci ed innovativi.
Non crediamo a questo governo: ne’ alle sue volonta’ ne’ alle sue possibilita’ .
E non crediamo che ci si possa adagiare su obiettivi parziali che servirebbero solo a riempire le sedie di fantomatici tavoli con lo scopo
di rappresentare spregiudicate trattative, la cui efficacia si sa già nulla.
Lo abbiamo ribadito piu’ volte: la legge 30 non sta avendo un’applicazione estesa e capillare, pero’ rappresenta una “copertura ideologica” del pacchetto treu: un manifesto ideologico costellato da forme contrattuali tanto eclatanti quanto inapplicate.
E’ un’opera complessa di comunicazione, un simbolo…. e per abbattere un simbolo non e’ sufficiente eliminarlo, ma e’ necessario sostituirlo. Ma con cosa ?
Con quale orizzonte ?

Non pensiamo che si possa tornare a una nuova civilita’ dei diritti univocamente basata su contratti a tempo indeterminato, anche se non
siamo cosi’ folli da pensare che le garanzie di questo tipo di contratto non costituiscano un importante obiettivo/traguardo per tanti lavoratori
e lavoratrici precari.
Ma la Lombardia e’ popolata da dieci milioni di persone, produce un quarto del pil nazionale, sette assunzioni su dieci sono precarie, il tasso di disoccupazione e’ bassissimo, il 2,6 per cento. Vige un regime di precarieta’ a tempo indeterminato. La provincia di Milano ha ristrutturato il proprio territorio, il proprio comparto produttivo in quei settori che muovono, gestiscono, elaborano i dati e le
informazioni. La comunicazione, la pubblicita’ la finanza, la moda. In molti di questi casi la prestazione lavorativa si ricompone lungo la
giornata, nell’arco della settimana e dell’anno, in maniera ciclica e discontinua. In questo caso, non esistono scorciatoie: e’ necessario
riformulare un’idea del welfare state che sappia garantire continuita’ di diritti (maternita’, le ferie, la malattia etc.) e di reddito.

Questa è la visione che guiderà il nostro impegno per la prossima stagione. Siamo convinti che, di tutte le mobilitazioni che si
succederanno, quelle che lasceranno il segno saranno quelle che sedimenteranno nuove strategie di conflitto, che attraverso
l’attivazione e l’autorganizzazione dei precari/e creeranno una forte complicità fra quei soggetti che nel lavoro o nel sociale, subiscono la
precarizzazione. E’ il momento della cospirazione precaria.