Imprese sull'orlo della depressione

depressioneIn Francia, negli ultimi mesi, si sono verificati diversi episodi di sequestri di manager da parte di operai e impiegati al fine di contrastare drastiche riduzioni occupazionali in nome dell'«emergenza crisi». Molti commentatori di fronte a queste notizie hanno fatto notare come «prendersela con i manager» fosse un obiettivo errato in quanto i veri proprietari delle imprese sono oggi società finanziarie, fondi pensioni e fondi di investimento. Si tratta di un'affermazione che è solo parzialmente corretta. Il motivo per cui essa poco convince può essere trovato nell'ultimo libro di Luciano Gallino: Con i soldi degli altri.

Negli ultimi trent'anni abbiamo assistito a una profonda rivoluzione nella struttura proprietaria delle imprese che trova la sua origine nella cosiddetta rivoluzione manageriale degli anni Trenta all'indomani della diffusione del paradigma fordista di accumulazione. Nel corso del secondo dopoguerra, l'organizzazione complessa delle imprese si fonda sempre più sulla separazione tra proprietà e controllo, tra azionisti e management. La tipologia giuridica della «società per azioni» diventa la struttura proprietaria per eccellenza del fordismo. In essa i manager mirano all'accrescimento del potere di mercato dell'impresa al fine di garantirsi la sicurezza del posto di lavoro e per ottenere un profitto tale da garantire agli azionisti dividendi soddisfacenti. Non sempre il massimo ricavo coincide con il massimo dividendo. In questo sta il possibile conflitto tra struttura manageriale e struttura proprietaria. Inoltre, in tale quadro, diventa importante il ruolo svolto dai mercati finanziari nel processo di realizzazione monetaria tramite gli aumenti di capitale azionario. Il rastrellamento di parte del risparmio tramite l'emissione di titoli consente in quel caso di drenare liquidità per favorire il raggiungimento di un profitto monetario.

Con la crisi del paradigma fordista e l'avvento del capitalismo cognitivo-finanziario si assiste a una rivoluzione degli assetti proprietari. Si modifica il ruolo dei mercati finanziari. Quest'ultimi non si limitano più a svolgere la semplice funzione di riallocazione di risparmio verso le imprese e il settore pubblico, ma intervengono direttamente nell'attività di finanziamento delle imprese stesse e sostituiscono lo Stato nell'assicurare, privatamente, i servizi sociali di base. In tale processo, i mercati finanziari sono in grado di creare moneta ex-nihilo, grazie all'aumento del valore delle azioni quotate in borsa (plusvalenze). Obiettivo della grande impresa internazionalizzata diventa sempre più l'accrescimento del valore societario in borsa, non più collegato e dipendente dal profitto industriale e dai dividendi.

La dinamica degli indici di borsa è infatti sempre più influenzata da, per dirla con Keynes, «convenzioni speculative» che si sviluppano negli stessi mercati finanziari in un circuito autoreferenziale gestito dalle società di intermediazione finanziarie e dalle stesse banche, vale a dire in un contesto di piena liberalizzazione del mercato dei capitali. Condizione perché i mercati finanziari riescano a creare plusvalenze è che il numero degli scambi finanziari cresca continuamente grazie all'immissione, spesso forzata, di liquidità proveniente da quote crescenti di reddito da lavoro diretto e indiretto (non più solo dal risparmio) o tramite un aumento dell'intensità di scambio in seguito a innovazioni finanziarie (ad esempio, i derivati). Gallino ci fornisce un'ampia panoramica di dati che ci mostrano come «una massa di risparmio equivalente al Pil del mondo viene gestita, a loro esclusiva discrezione, da enti finanziari quali fondi pensione, fondi di investimento, assicurazioni e vari tipi di fondi speculativi, per lo più controllate dalle grandi banche. Il loro mestiere consiste nell'investire quotidianamente i soldi degli altri: per questo sono chiamati investitori istituzionali».

La logica degli investitori istituzionali è ottenere plusvalenze di breve, brevissimo periodo. Essi hanno oggi in portafoglio quasi la metà del capitale delle imprese quotate. Già alla fine degli anni Settanta, ci ricorda Gallino, Peter Drucker, il padre del management moderno (The Pension Fund Revolution, Transaction, New Brunsick, 1996. Su questo tema, va segnalato ache G. L. Clark, Pension Fund Capitalism, Oxford University Press) affermava che «se il socialismo è definito come la proprietà dei mezzi di produzione», il capitalismo manageriale fondato sui fondi pensione era la forma più avanzato di socialismo. E gli Stati Uniti il primo paese socialista. Ma ciò che conta oggi non è la proprietà dei fondi pensione o di investimento. Oggi il comando capitalistico è gestito da chi controlla tali fondi, ovvero dai gestori. Qui sta la nuova rivoluzione proprietaria. Così come sul piano produttivo-tecnologico non è importante chi detiene la proprietà dei mezzi di produzione ma chi detiene le leve dello sviluppo della conoscenza (proprietà intellettuale), così nella finanza non conta la proprietà del risparmio o del reddito investito ma chi ne controlla la collocazione.

Non stupisce perciò se negli ultimi anni abbiamo assistito al più poderoso processo di concentrazione sia nel campo tecnologico che in quello finanziario. Esso ha dato origine alla nascita, secondo Gallino, di una classe capitalistica transnazionale, costituita da tre segmenti sociali: i gestori dei fondi, i manager delle grandi corporation internazionali e i grandi ricchi che guidano alcune imprese ancora personalmente (ad esempio, i casi di Microsoft, Wall Mart, Ikea, le acciaierie Mittal, Cargill) o che hanno accumulato patrimoni tali da influenzare le scelte economiche (George Soros). Ne consegue che le nuove leve del comando capitalistico moderno ricompongono i possibili conflitti tra manager e azionisti del tempo fordista verso un unico obiettivo comune: il massimo rendimento possibile delle attività di borsa. Obiettivo considerato tanto più strategico anche dal management, nel momento in cui la gran parte dei propri guadagni deriva dal possesso di stock options.

In conclusione, i dipendenti che sequestrano i manager in Francia o altrove non sbagliano del tutto il proprio obiettivo, al di là di ogni considerazione di «metodo». Il loro atto non è altro che un'azione diretta contro esponenti della classe capitalistica transnazionale, che ci governa, spesso a nostra insaputa, benché, sicuramente, attraverso i nostri soldi.

Thanx to manfo