Ambientalismo e impegno sociale devono vincere insieme
Se il carisma esiste, si chiama Majora Carter. Per il sorriso, lo sguardo fiero, l'intensità delle parole di questa 40enne newyorkese che quasi 10 anni fa e- laborò un'equazione diventata la base di ciò che negli Usa si chiama "environmental social justice", giustizia socio-ambientale. Il degrado delle grandi città, spiegò Majora, viaggia sempre insieme alla povertà, quindi non si può essere ambientalisti senza lottare per migliorare le condizioni di vita delle classi più disagiate: non è comunismo, è la logica di una realtà che lei stessa ha vissuto nel suo quartiere, il Bronx, abitato da quasi due milioni di persone immerse in un paesaggio maleodorante, con fogne all'aperto e centri di depurazione dove la vicina Manhattan versa il 40% dei suoi rifiuti solidi.
La lotta di Majora cominciò nel 2000, quando il sindaco Rudolph Giuliani decise di creare l'ennesima discarica pubblica nel quartiere. La protesta si trasformò in un movimento che riuscì a frenare il progetto, creando un'area verde sulla riva del fiume. Carter si rese conto che i suoi vicini di casa avevano bisogno di lavoro, spazi verdi per i bambini, aria pulita. "Tutte cose che in altre parti della città paiono assolutamente normali, ma da noi erano un sogno", spiega oggi.
All'epoca, organizzò il Sustainable South Bronx, un progetto no profit per dare "lavori ecologici a disoccupati, ex tossicodipendenti, ex carcerati, che non solo impararono un mestiere, ma recuperarono quel senso di dignità che il degrado del loro quartiere aveva rubato a tutti loro". Dopo aver ricevuto il riconoscimento della MacArthur Foundation, essere stata definita "una delle afro-americane più influenti" dal mensile Essence e aver portato il suo messaggio in giro per il mondo, quest'anno ha fondato il Majora Carter Group, che offre consulenze per progetti nei settori dell'economia ecologica e dello sviluppo.
Fedele ai suoi principi, lavora al secondo piano di una modesta costruzione nel South Bronx, in vie dove il rumore e l'esagerata quantità di persone obese sono le prime cose che si notano. "In questo Paese obesità e po- vertà sono inseparabili: costa meno un hamburger di un'insalata, ed è difficile trovare un supermarket, mentre il junk- food è ovunque. Poi c'è l'inquinamento acustico, che in ogni grande città colpisce soprattutto i quartieri poveri".
D: Cosa vuole il Majora Carter Group?
R: "Vogliamo far capire agli amministratori delegati delle grandi industrie, alle università, ai politici, alle comunità dei cittadini, che con l'economia verde guadagnano tutti. Il modello attuale si fonda su un'economia inquinante, ecco perché nel Bronx c'è un'incidenza maggiore di problemi di salute. E poi, in un quartiere dove c'è un alto tasso di criminalità legato alla disoccupazione, la sorveglianza della polizia costa. Cercare modi per dare lavoro a chi non lo ha, migliorandone la qualità della vita, la salute e l'autostima, costerebbe meno. Se riusciamo a far capire che è più vantaggioso avviare un modello in cui ambiente, economia e giustizia sociale sono connessi fra loro, quel modello comincerà a essere visto come un investimento".
D: Pensa che i cittadini capiscano il nesso fra le tre cose?
R: "No, non penso che nella testa della gente l'ambiente sia ancora ben connesso con la vita quotidiana. C'è tanto lavoro da fare. Bisogna far capire a tutti che siamo parte di un ecosistema. Non si può pretendere di proteggere l'orso polare senza preoccuparsi del Bronx, che per esempio produce parecchi gas, i quali contribuiscono all'effetto serra. Gli abitanti di Manhattan non hanno idea di quello che succede ai loro rifiuti, non capiscono che vengono trattati qui e che tutti ne subiamo le conseguenze. È bello pensare "salviamo l'orso polare", ma bisogna salvare prima un quartiere come questo, del quale esistono repliche identiche in tutte le città del mondo. Solo così l'orso polare starà meglio".
D: Ci sono difficoltà legate al razzismo?
R: "Negli Usa abbiamo un rapporto complesso con i problemi di razza e classe. La realtà è che ci sono sempre più poveri bianchi (gli afroamericani sono solo il 12% della popolazione), ma alla povertà si continua a pensare come a un male che esiste nei ghetti neri. Si criminalizza l'emarginazione. Crescendo qui, anch'io pensavo che ci fosse qualcosa di negativo in noi, finché sono andata via e sono tornata. Allora ho capito che il Bronx non è un prodotto spontaneo. Per anni, il quartiere ha ricevuto miliardi devoluti a mantenere lo status quo: soldi per assistenza, polizia, progetti che offrivano solo sopravvivenza e nessuna opportunità di cambiamento. Le leggi, i politici, le agenzie locali: sono tutti complici".
D: Quando e come ha pensato all'importanza del rapporto tra economia, giustizia sociale e ambiente?
R: "Cercando di creare posti di lavoro e parlando con la gente. Quando abbiamo protestato contro il progetto di Giuliani, la comunità ha cominciato a discutere di tutte le carenze del quartiere. Il sindaco ci propose di fare un piccolo parco, ma voleva portare persone di altre zone a lavorare qui. Noi abbiamo detto: "Un momento, c'è molta disoccupazione nel Bronx, perché non lo facciamo noi?". È stato allora che il Sustainable South Bronx ha creato alcuni dei primi lavori "verdi" del Paese. Abbiamo coinvolto persone che erano state emarginate dalla società. Venti all'anno, per sei anni. Nessuno di loro è tornato a delinquere, e oggi contribuiscono con il proprio impegno alla salute del Bronx".
D: Considera più importante un personaggio come Al Gore o i movimenti ambientalisti?
R: "Lui è una figura importantissima, da solo è riuscito a fare molto per l'ambiente, ma dovrebbe parlare in modo più diretto dell'impatto che le abitudini della gente possono avere sulla loro vita quotidiana".
D: E le proposte verdi del presidente?
R: "Ancora non le ho studiate in profondità, ma temo che continuino a basarsi su un'economia inquinante. Ma almeno Obama sta parlando d'una rete d'energia alternativa a petrolio e carbone, che sarebbe molto necessaria".
D: Qual è la peggiore eredità di Bush?
R: "L'impunità. E l'idea che i cittadini possano essere qualcosa di cui puoi fare a meno, come è successo a New Orleans durante l'uragano Katrina".
D: Lei è laureata in arte, come è arrivata a occuparsi di ambiente? E c'è qualcosa che rimpiange?
R: "La vita m'ha portata qui. Credo d'a- vere la capacità di analizzare il contesto delle situazioni e proporre soluzioni organizzando la gente. Non rimpiango l'arte. Sognavo di girare film: forse ne farò uno sulle cose di cui mi occupo".
