Sindacato al bivio: tacere o lottare?

sindacatiScioperi, presidi, manifestazioni. Rifiuti e contrapposizioni. La campagna di mobilitazione inaugurata dalla Cgil, aperta dall’inedito sciopero comune di metalmeccanici e statali dello scorso 13 febbraio, può essere interpretata in due modi.  Il primo è quello che traspare dalle parole dei dirigenti sindacali e dei volantini distribuiti in queste settimane: far fallire la riforma del modello contrattuale firmata da Cisl Uil e Governo lo scorso 22 gennaio.

Una volontà così netta sarebbe inedita per la storia recente del maggiore sindacato italiano, che potrebbe aprire una stagione di conflitti difficilmente gestibili da parte del governo vista la diffusione capillare della Cgil in apparati chiave dell’economia, come le telecomunicazioni, l’industria chimica, i trasporti. Per non parlare della pubblica amministrazione, dall’Inps all’Agenzia delle entrate, dalla Polizia alla Scuola.

Il secondo sottolinea la volontà del sindacato guidato da Epifani di riallacciare i contatti sfilacciati con il PD. E firmare con la Confindustria un nuovo accordo. L’oggetto, secondo fonti più che attendibili, sarebbe uno scambio. Una sorta di indennità di disoccupazione da conferire a una minima parte di precari, primi tra tutti quelli della Pubblica Amministrazione con più di 5 anni di rinnovi nella stessa posizione. In cambio la Cgil accetterebbe sostanzialmente la riforma contrattuale, soprattutto riguardo alla fine dell’automaticità degli aumenti in busta paga per tutti. E aprirebbe alla possibilità di derogare dal contratto nazionale in situazioni di crisi di determinati territori (il tessile di Prato, il calzaturiero delle Marche, i calzifici mantovani, i divani a Bari etc. etc.).
Quali di queste due verità prevarrà?

L’unica certezza è il disegno della maggior parte della classe dirigente italiana: far saltare diritti e aumenti previsti dal Contratto Nazionale, legare il lavoro all’andamento dei mercati, rendere precari anche i sopravvissuti all’ondata di licenziamenti che ci sta investendo. Desideri inconfessabili ma diventati realtà pochi mesi fa, nel silenzio ‘maleodorante’ dei media con la storica sconfitta della Cgil e dei sindacati di base nel fondamentale comparto del Commercio e dei Servizi, cresciuto esponenzialmente negli ultimi 15 anni.

La firma da parte di Uil e Cisl dell’Accordo Separato riguarda l’unico settore che sta reggendo all’uragano occupazionale in corso. Sarebbe meglio dire l’unico che può reggere visto che in esso sono confluiti e confluiranno migliaia di lavoratori espulsi dai contratti di riferimento, diventati scatole vuote di fronte alla precarizzazione dilagante. Commessi e addetti alle pulizie, vigilantes e lavoratori della comunicazione, receptionist e operatori multimediali, telefonisti e venditori. Non è una combinazione se il contratto del commercio, il più flessibile del panorama legale, è stato preso a modello per la creazione degli ultimi contratti ideati per far fronte alle nuove tipologie di lavoro a nate dal 1990 in poi: interinali, cooperative sociali, telecomunicazioni e molti altri minori.
La storia di questo accordo riassume in piccolo quello che succederà tra non molto in tutto il mondo del lavoro italiano, nella stessa misura in cui il caso Alitalia è diventato l’esempio per la ‘riorganizzazione aziendale’ di migliaia di imprese italiane.

La dura offensiva di Confindustria, Confcommercio e Unione del Commercio è stata contrastata solo da due scioperi indetti dalla Filcams Cgil (la categoria del Commercio) prima e dopo la firma dell’accordo. Appuntamenti che sono risultati totalmente perdenti soprattutto per l’enorme presenza in supermercati e centri commerciali di precari de-sindacalizzati quando non anti-sindacato, e di interinali assunti con il beneplacicto di Cgil Cisl e Uil. La Filcams, sacrificata sull’altare della flessibilità, è stata incapace di bloccare un solo luogo di lavoro in tutta l’Emilia Romagna, Toscana, la Lombardia, il Lazio e la Liguria.

A ‘pesare’ sull’atteggiamento della Cgil saranno le dichiarazioni concilianti sulla riforma dei contratti espresse da tutta l’area economica del PD con Treu, Rossi, Morando, Ichino, Letta, Salvati e Bersani. Senza dimenticare le prese di posizione di molti esponenti sindacali e l’o.k. dei dirigenti di molti comparti della stessa Cgil, primi tra tutti i Chimici, gli enti bilaterali, e Megale dell’Ires (il centro studi Cgil).

Il divario tra la prospettiva dello scontro e quella del compromesso è molto più forte di quello che non appaia su TG e giornali. La scelta di entrare in lotta infatti, sarebbe una inversione di tendenza netta rispetto ai contratti e alle intese firmate o tacitamente condivise degli ultimi 20 anni. Dall’istituzione del 33% di premio a Cgil Cisl e Uil nelle elezioni delle Rappresentanze Sindacali Unitarie, alla pratica della Concertazione (1993), dalla legalizzazione dell’intermediazione di manodopera (la Legge Treu del 1996) all’esplosione dei contratti di collaborazione coordinata continuativa (1995-2000), dall’esternalizzazione di interi servizi pubblici (legge Bassanini) alla pratica della concessione in appalto ai privati di beni e facoltà pubbliche.

Senza parlare del recente progetto di privatizzazione di acquedotti, ospedali, presidi sociali, enti di gestione delle acque etc. etc. messa a punto dall’onorevole Lanzillotta del PD, abortita solo per la fine del governo Prodi.

Se nelle assemblee di metalmeccanici e lavoratori pubblici è emerso che nella base della Cgil in molti credono in una vera contrapposizione del loro sindacato alla Riforma del modello contrattuale, i segnali di una tendenza che va nel segno opposto appaiono evidenti.
L’incontro promosso a Roma tra sindacati e Confindustria il 14 febbraio è molto indicativo. Così come l’assenza di una piattaforma comune almeno per lo sciopero e per la proposta di referendum sull’accordo, con i sindacati di base, che da anni chiedono alla Cgil un’azione decisa per la democrazia nei posti di lavoro. E’ indicativa la scelta del PD, che tra le sue fila ha diversi responsabili della precarizzazione di un’intera generazione di cittadini, di spendere più di 500mila euro per i manifesti giganti in cui chiede un reddito per i precari. Ma come, si chiedono in molti. In che mondo stiamo vivendo se lo stesso messaggio cantato da Zulu dei 99 Posse nei primi anni Novanta in ‘Salario garantito’, è diventato una moda?

Peccato che nessuna voce si sia alzata a difendere il diritto di sciopero, ultimo oggetto di riforma, sottoposto a tali limiti da diventare precluso ai sindacati di base in diversi settori lavorativi. Intanto la Riforma del modello contrattuale va avanti. Non ci vorrà molto tempo affinchè i lavoratori provino concretamente la sostanza di quelle formule burocratiche che oggi stentano a capire.

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