La nostra economia si basa su due pilastri: il consumo di beni e servizi e i guadagni virtuali sui mercati finanziari. Se la gente consuma c’è domanda di prodotti, produzione e lavoro. Quando i soldi che guadagniamo non bastano a coprire i consumi, chiediamo un prestito. Più tempo impieghiamo a ripagare il prestito, più aumentano gli interessi. Con i nostri soldi le istituzioni finanziarie acquistano altro denaro, che vendono in cambio di ancora più soldi. L’importante è continuare a conusare, pagare gli interessi e restituire il capitale ottenuto in prestito per continuare a consumare. Se non riusciamo a saldare i debiti, ci tolgono quello che abbiamo, a cominciare dalla casa. Il problema nasce quando il prestito è così alto che il nostro stipendo non basta per estinguerlo. Mentre chi ci ha prestato i soldi accumula tante proprietà da non riuscire a piazzarle.
Quando quelle proprietà perdono valore, perdiamo ricchezza anche noi e chi ci ha prestato i soldi. Visto che anche gli intermediari avevano chiesto in prestito denaro offrendo come garanzia il valore del nostro debito, loro perdono non solo i soldi, ma anche il valore a loro garanzia. Quindi perde il suo denaro anche chi l’aveva investito attraverso le istituzioni finanziarie, Dal momento che i crediti sono il combustibile di tutto il siste,a. se le finanze sono in crisi la macchina si ferma.
Paradiso perduto
La storia, cominciata con me che non ce la facevo a pagare il muto, finisce con la mia azienda che non riesce a ottenere il credito su cui contava per pagarmi. La società è costretta a licenziarmi e io non guadagno. Se non consumo il mio collega non produce perchè mancano i clienti. Così la crisi si generalizza. Per evitare che assuma proporzioni catastrofiche bisogna iniettare denaro nell’economia in modo da ricominciare a consumare. Chi lo fa? Lo stato. In realtà i soldi dello stato sono i nostri. Affinchè io continui a consumare, lo stato deve dare parte delle mie tasse alle banche in modo che prestino i soldi a me o alla mia azienda. E se lo stato ricorre al debito primo a opoi dovrà ripagarlo, per cui anche gli interesssi sul debito sono pagati con le mie tasse e il capitale con le tasse dei miei figli. In teoria in questo modo la macchina può riprendere a funzionare, ma in pratica le cose non sono così semplici. Gli sfasamenti temporali e gli squilibri tra domanda e offerta, produzione e finanza, sconvoglono il sistema e si traducono in una riduzione del consumo e in un aumento della disoccupazione.
In Spagna nel 2009 si precede un tasso di disoccupazione superiore al 15 per cento e un congelamento dei salari. I sussidi di disoccupazione possono mitigare la crisi, ma non eviteranno il crollo dei consumi. E il sostegno dello stato alle istituzioni inanziarie le aiuterà a sopravvivere alla crisi dei mercati, ma non a contrastare quella di fiducia. Inoltre il credito è concesso con il contagocce alle aziende che corrono meno rischi e quindi sono meno innovative. E un’economia priva di rischi non ha speranze di crescita, non può creare ricchezza nè rilanciare il consumo. Molti sperano che presto tutto tonri come prima. Ma se i felici anni del consumo sfrenato non tornassero, vivremo forse rimpiangendo il paradiso perduto? Non potremmo invece riflettere sulla folle corsa in cui ci siamo lanciati sacrificando tempo di vita, salute e cultura?
Calcolate quanto sono costati in ore di lavoro gli oggetti che possedete, e valutate quello che davvero vi piace e vi serve. Provate a capire quanto piacee ricavate da ogni pollice in più del vostro televisore. Ricordate le vostre ultime vacanze e paragonate lo sforzo economicao e nervoso dell’arrivo su una spiaggia affollata di un paese povero con la traquillità del vostro paesino d’origine. Valutate quanto costano i vostri consumi in termini di tempo e denaro. Vedrete che, pur non potendo più fare certe cose, i sentirete meglio. Se ci abituassimo a vivere in un altro modo, forse chiederemmo di lasciar perdere gli stimoli all’economia e di usare invece i nostri soldi per stimolarci la mente, perchè è lì che si sente la vita.