Le etichette mentono e il supermercato è la nuova giungla

foodwatchGenuino, naturale, di qualità. Con questi slogan, i cibi si vendono meglio. Ma quello che è scritto sull'etichetta non sempre si trova nel prodotto. E, viceversa, quello che è contenuto nell'alimento, non sempre è riportato nella lista degli ingredienti. Cosa c'è, realmente, nei prodotti alimentari? Come si può proteggere il consumatore dalle truffe? In Europa sono ammessi 300 additivi alimentari: coloranti, conservanti, esaltatori di sapidità e altro. Il consumatore è bombardato da messaggi pubblicitari allettanti e rassicuranti, che garantiscono la qualità dei prodotti. Ma chi controlla che sia tutto vero? Acquistiamo realmente quello che ci viene promesso? La risposta è no.

Lo dice Thilo Bode, fondatore nel 2002 e direttore dell'organizzazione per la difesa dei consumatori Foodwatch, con sede a Berlino. L'ex presidente di Greenpeace Germania e di Greenpeace International è oggi attivo nella causa alimentare; un paladino senza macchia e senza paura contro gli intrighi dell'industria. Foodwatch è un'organizzazione indipendente finanziata da donazioni private, impegnata in campagne di sensibilizzazione pubblica con l'obiettivo di far emanare leggi per la regolamentazione e il controllo del mercato degli alimenti. Attraverso Internet (l'indirizzo del sito è: www.foodwatch.de) Foodwatch diffonde informazioni sugli inganni dei singoli prodotti. Inoltre organizza proteste collettive per difendere il diritto alla salute dei consumatori.
La sua tesi è che il consumatore di oggi sia una vittima dell'industria alimentare. In cosa consiste la truffa?

"Non solo i consumatori vengono truffati, ma la loro salute viene danneggiata. La causa è anzitutto nella natura stessa del prodotto alimentare: non è possibile riconoscerne a occhio nudo la qualità. Una mela può avere un bell'aspetto, ma non sappiamo nulla su come e dove è stata coltivata e sul contenuto di pesticidi, dato che le sostanze nocive non possono essere riconosciute dal gusto. Così le ditte alimentari possono vendere il prodotto come il non plus ultra della qualità, pubblicizzandolo con falsi slogan. Il problema nasce dalla mancanza di informazioni corrette. Manca la trasparenza".
Perché non esistono leggi che possano garantire la trasparenza delle informazioni e controllare la qualità nell'ambito alimentare?

"Dalla politica non si riceve abbastanza supporto perché, nel nostro sistema democratico, i politici reagiscono solo su pressione dell'opinione pubblica. Senza l'insistente interessamento dei cittadini e dei mezzi di comunicazione non succederà mai nulla. L'abbiamo già sperimentato nella questione ambientale, dove siamo riusciti a fare progressi e a ottenere l'emanazione di leggi a difesa dell'ambiente e della salute dei cittadini, sfidando l'opposizione dell'industria. Dobbiamo smettere di illuderci che i politici facciano propria la causa alimentare, e far valere i nostri diritti di consumatori unendoci in gruppi organizzati".

In che modo le organizzazioni dei consumatori possono cambiare le sorti dell'alimentazione?
"Con un lavoro di lobby: portare i problemi sotto i riflettori, smascherare gli inganni delle strategie di vendita e dimostrare che dietro alle false promesse di qualità, freschezza e genuinità si nascondono elementi contaminanti e sostanze tossiche. Inoltre, è utile organizzare azioni collettive: per esempio, inviare lettere ai ministri, parlare con l'industria e sollecitare i politici a reagire. Appunto, tutto quello che fa Foodwatch". Se non possiamo fidarci dei messaggi pubblicitari dell'industria alimentare, come possiamo orientarci al momento di fare la spesa?

"Purtroppo niente serve se manca la trasparenza. Si può scegliere uno stile purista, come faccio io, e comprare sempre gli stessi prodotti, di cui si conoscono con sicurezza contenuti e provenienza. Nemmeno questa, però, è una vera alternativa a lungo termine. Anche se un giorno la carne fosse tutta biologica, non potremmo avere la sicurezza che non ce ne sia più di avariata in circolazione (secondo il rapporto del 2007 della Commissione Europea, 16 milioni di tonnellate di carne avariata all'anno vengono messi sul mercato di tutto il continente, ndr). Questo problema non è una conseguenza del processo produttivo, ma dell'uso irresponsabile delle rimanenze nei punti vendita. Finché non saranno in vigore leggi a tutela del consumatore, e che regolino per esempio lo smaltimento delle rimanenze di carne, non avremo nessuna garanzia".

Vale il principio secondo cui un prodotto caro è migliore e più salutare di uno economico?
"Non per i cibi, nel modo più assoluto. Ripeto, non c'è nessuno standard di qualità, perché la qualità di un alimento non può essere controllata dal consumatore. Questo significa che il latte del discount può essere ecologicamente buono come il latte del negozietto biologico. D'altro canto, anche la più cara delle marmellate può contenere il famigerato acido citrico, ovvero l'E330, nocivo allo smalto dei denti. Di fatto, la gente non acquista quello che crede di acquistare".
In Europa si pensa di introdurre un sistema di etichettatura a semaforo che indichi il valore energetico, i grassi e gli zuccheri contenuti in ogni alimento. Potrebbe essere d'aiuto ai consumatori?

"Questo metodo è semplice e allo stesso tempo di grande effetto. I prodotti alimentari elaborati, nella maggior parte dei casi, sono troppo zuccherati, a partire dalle bevande fino ad arrivare ai cornflakes. Con questo metodo il consumatore sa subito se c'è un eccesso di zuccheri. Sappiamo dalla psicologia della percezione che gli individui recepiscono molto in fretta i simboli. E questo è un aspetto importante, perché nessuno di noi ha il tempo e la voglia necessari per leggere i testi fitti e minuscoli delle etichette. Tengo a precisare che questo sistema è diventato tema di discussione per i politici grazie all'opera di Foodwatch".

Vuole elencarmi i traguardi più importanti che ha raggiunto la vostra organizzazione?
"Vantiamo risultati molto importanti. Siamo riusciti, per esempio, a smascherare truffe pubblicitarie di grande aziende (come la McDonald's) o di importanti macellerie industriali, che in seguito sono state costrette a cambiare i contenuti della loro falsa propaganda. Nel 2003 siamo riusciti a far promulgare una legge che vieta la vendita di alcopop (bevande che contengono un misto di succo di frutta e alcol, ndr) ai minori di 18 anni, perché sono da considerarsi alcolici a tutti gli effetti. In ultimo, abbiamo denunciato l'eccesso di uranio presente nelle acque potabili di tutto il territorio tedesco.

La campagna ha avuto un tale impatto mediatico che il ministro responsabile ha stilato una legge apposita, con un valore massimo da non superare. La lista dei traguardi raggiunti è molto lunga, ma quello che considero più importante è l'aver contribuito alla crescita di una nuova coscienza collettiva, di una consapevolezza di quanto il mercato degli alimenti sia malato e di quanto gli scandali alimentari non siano un'eccezione, ma la regola. Di grande aiuto nella sensibilizzazione dell'opinione pubblica è stato il nostro libro Abgespeist! , "benservito".

Come, quando e secondo quali criteri decidete di analizzare un prodotto alimentare?
"Per la scelta dei temi da trattare, seguiamo una combinazione di criteri quali importanza, potenziale di discussione e grado di comunicabilità. Abbiamo un mix di varie tematiche, alcune non troppo vicine alla sfera degli interessi quotidiani dei consumatori, per esempio la farina animale o il BSE. Altre, invece, sono di grande attualità, come il sistema a semaforo o la sostanza cancerogena acrilamide, presente nelle patatine e in alcuni prodotti dolciari. I nostri obiettivi particolari non mirano sempre a risolvere il problema più importante: come recita il detto giapponese, "se sei di fretta, scegli la strada più lunga". Con questo tipo di strategia, siamo sicuri di poter raggiungere ottimi risultati. Foodwatch è un team di dieci persone, ma nonostante le modeste dimensioni siamo molto efficienti. Negli uffici della nostra sede si svolgono tutte le operazioni direzionali e gestionali. Per tutto quello che riguarda lavori di analisi, banche dati e studi ci rivolgiamo a istituti di ricerca indipendenti".

Prima di fondare Foodwatch, nel 2002, dal 1989 al 2001 ha occupato importanti posizioni all'interno di Greenpeace. Quali delle sue esperienze passate si sono rivelate utili per Foodwatch?
"I metodi, la capacità di creare campagne, la gestione di rapporto con i mezzi di comunicazione e, soprattutto, l'atteggiamento politico. Le due organizzazioni sono molto simili: sono radicali, e politicamente attive in difesa di diritti inalienabili". Qual è la sua visione per il futuro dell'universo alimentare? Semplice: democrazia nel piatto!".

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