Giornalisti: "ecco perchè lascio l'Italia"
L'ho pensato per la prima volta quella notte in cui il senato si è trasformato in un circo. Seguivo in tv il voto di fiducia del governo Prodi per scrivere l'articolo che sarebbe uscito il giorno dopo. Mi chiedevo se fosse meglio scrivere un testo freddo, stile agenzia di stampa, o soffermarmi sullo svenimento dell'onorevole Cusumano, su Clemente Mastella che leggeva una poesia invece di fornire spiegazioni o sullo sconosciuto Nino Strano che mangiava la mortadella. Ho sentito una reazione fisica, un nodo allo stomaco, e un senso di rigetto che mi ha fatto pensare: "Me ne vado dall'Italia?".
Non lo pensavo veramente. Da più di due anni ormai lavoravo come corrispondente freelance dall'Italia per il quotidiano spagnolo El Paìs. Un lavoro che mi piaceva moltissimo, mi dava molte soddisfazioni e abbastanza soldi per viviere dignitosamente. Tre fattori che sono un lusso in Italia per una donna di 25 anni.
A marzo, in vista di nuove elezioni e di un nuovo governo Berlusconi, non ero l'unica tra gli amici a dire: "Se vince di nuovo, me ne vado". Non era tanto per Berlusconi. Era la sfiducia di ronte a un paese che si rifiutava di crescee e riproponeva costantemente il suo passato, mentre i suoi cittadini hanno bisognoi di un futuro diverso. Il mo collega Miguél Mora era stato trasferito da Lisbona a Roma. Era arrivato da poco quando si trattò di organizzare la copertura della campagna elettorale. Da Milano mi trasferii a Roma per definire con lui la strategia. Era un'esplosione di energia, aveva mille idee sulle cose di cui parlare, interviste da fare, persone da incontrare. Trasformammo casa sua in una redazione e da lì ci sforzammo di mettere a fuoco i temi che ritenevamo importanti e che la campagna elettorale trascurava. Miguèl scriveva a cento all'ora, fumava una sigaretta dietro l'altra, il suo testo era sempre il doppio del necessario, lo tagliava, scriveva, cancellava, riscriveva, Si fermava solo per sofiare la cenere della tastiera.
Io invece lavoravo per inerzia. Non smettevo di chiederi: "Perchè?". Ma il trucco per andare avanti è proprio quello di evitare di chiederselo. Bisogna scriverfe di quello che si vede, delle persone con cui si parla, dei dati, dei fatti. Arrovellarsi e cercare di capire è da vecchi. Ogni tanto Miguél si girava, guardava lo schermo vuoto del mio computer e diceva: "Scrivi!". Intanto ascoltavamo Berlusconi in tv che si riferiva alle donne del Pdl, "molto più belle di quelle del Pd". Decidemmo di scrivere un articolo sul fatto che la campagno elettorale aveva assunto toni maschilisti. Non immaginavo di trovarmi di fronte a certi numeri.
Realtà e percezione
In Italia un adonna su tre, tra i 16 e i 70 anni, denuncia di avere subito violenza tra le mura domenstiche. In casa, e non nel campo rom. In casa, e non per strada da un immigrato. Nella sua casa e per mano di suo marito italiano. Nonotante qusto, in campagna eleettorale il tema violenza in genere non era mai stato sfiorato. Ne parlai per telefono, tra le altre con Flavia Perina, direttrice del Secolo d'Italia. Una donna di destra, che condivideva la mia preoccupazionee e mi segnalò, giustamente, che anche nel Pd il tema era stato sottovalutato.
In questo periodo si è parlato molto di violenza, e se uno immigrato violenta una donna non esitiamo a condannarlo. Ma tacitamente accettiamo (perchè non ci opponiamo e perchè i partiti non lo mettono tra le priorità) che gli uomini italiani usino violenza sulle loro donne, dentro le proprie case. Quasi come a dire: "le nostre donne possiamo maltrattarle solo noi". QUesta non p la forse un'emergenza molto più grande du quella falsa dei rom? Intanto i giornali si limitavano a far eco alle parole di Gianni Alemanno che dal palco di fronte all'arco Traiano, per la chiusura della campagna di Silvio Berlusconi, gridava: "Ripuliremo Roma da tutti gli immigrati!". Miguél con il blocchetto degli appunti in mano mi guardava sgranando gli occhi: "Yo también?" anchi'io? No, tu no Miguél, solo i poveri, i "clandestini".
Passate le elezioni ancora testardamente cercavo di capire. Mi sentivo a disagio di fronte alla tv e ai grandi giornali che cominciavano dicendo: "Un rom ha aggredito..." o "un clandestino ha ucciso...". Ma non sono persone, prima di essere rom o clandestini? Con che diritto i giornalisti giudicano prima per la provenienza, come se il crimine fosse qualcosa scritto nel loro codice genetico? Intanto mi sentivo a disagio, al supermercato, sul tram. In palestra, una mattina, una ragazza della mia età, correndo sul tapis roulanti, ha detto all'istruttore: "Io i rom gli ucciderei tutti, perchè ho paura quando torno a casa dal lavoro, in corso Genova." In corso Genova, nel centro di Milano? Paura? Dei rom? Non capivo.
Un futuro lontano
Ne ho parlato con Gad Lerner, che mi ha dato una chiave di lettura di questa intolleranza: "E' un senso di inadeguatezza delle persone pcoo istruite di fronte alla globalizzazione", mi ha spiegato. Il mio paese purtroppo si è ritrovato e riuniot intornoa questo senso di inadeguatezza.
Ho scritto un ennesimo articolo sulle violazione dei diritti dei gay e delle coppie di fatto e ho finito per parlare della mi aidea di andarmente con due giovani colleghi, Gustav Hofer e Luca Ragazzi, autori di Improvviamente , l'inverno scorso, un documentario sull'escalation nei mezzi d'informazione contro la timida proposta di legge sulle coppie di fatto del governo prodi. Anche loro hanno pensato di andare in un paese che riconosca i loro diritti di coppia omosessuale. Non me ne vado per fare un'esperienza nuova: me ne vado per costruire il mio futuro da un'altra parte, perchè quello che mi aspetta in Italia mi fa paura.
A Berlino, in un edificio anni venti che affaccia su Rosa-Luxemburg platz, divido uno studio con Sergio Correa, corrispondente di BBc Mundo, un giornalista scappato dal Cile di Pinochet. Anche se non mi sono ancora trasferita del tutto (per esempio non sono ancora riuscita a rescindere il mio contratto Telecom), mi sento più leggera. Comincio da zero. Mi sono liberata di tutti i "perchè". Scrivo di quello che vedo e chiedo ai miei intervistati di ripetere tre volte la frase più lentamente, perchè ancora non parlo bene il tedesco. Sto anche pensando che mi piacerebbe avere un bambino: in Italia non me lo sarei potuta permettere.
Thanx to Internazionale

