Il futuro del modello sociale italiano è privato. A fugare ogni dubbio sulle intenzioni del governo Berlusconi in tema di welfare è arrivato il Libro verde del ministro Sacconi [1]. Ventiquattro agili paginette dense di indicazioni - nei prossimi tre mesi oggetto di consultazione con parti sociali e enti locali - e pronte a trasformarsi in un più sintetico Libro bianco entro l'autunno. Sulla base del quale il governo formulerà le proposte in materia di lavoro, salute e politiche sociali per l'intera legislatura.
Conviene partire dalle ultime pagine dove, senza tante tabelle e tabelline di mezzo, si arriva diritti al sodo. Citiamo testualmente. «Il finanziamento dei servizi di protezione sociale è già oggi caratterizzato da un significativo concorso dei soggetti privati. Essi tuttavia vi concorrono spesso in modo disordinato e alla lunga insostenibile... Il principio ispiratore deve essere lo stesso che ha già trovato ampi consensi e qualche positiva realizzazione nel caso del sistema previdenziale».
Forse, restando al tema della previdenza complementare, Sacconi non ha letto gli ultimi dati resi noti sul rendimento dei fondi pensione, nettamente inferiori a quelli del Tfr. Cosa persino scontata del resto, date le condizioni comatose dei mercati finanziari. Continuamo a leggere: «A questo proposito appare opportuna una riflessione circa gli strumenti più appropriati per una maggiore diffusione della previdenza complementare e dei fondi sanitari complementari». Pensioni e sanità privatizzate dunque. Gradualmente.
In effetti le indicazioni aiutano a comprendere meglio quanto già palesatosi nel decreto legge che anticipa la manovra finanziaria, approvato dalla camera e ora all'esame del senato. Sulla sanità in particolare, a proposito della quale si dice: «Il criterio della spesa storica, alla base del Fondo sanitario nazionale, risulta sempre più insopportabile per gli equilibri della finanza pubblica e per i cittadini che vivono nelle aree caratterizzate da maggiore efficienza. Essi non sono più disponibili a finanziare a piè di lista l'inefficienza. Ne va della stessa coesione nazionale». Persino «l'ammodernamento e la riconversione della rete ospedaliera si potrebbe soddisfare con il project financing, il leasing immobiliare, le società miste». Si partirà perciò, per quanto riguarda la sanità ma non solo, dal federalismo fiscale, che sarà l'oggetto della finanziaria vera e propria di settembre. L'età pensionabile, una volta entrati a regime gli scalini di Prodi, salirà ulteriormente. E sembra di capire che i coefficienti già previsti dalla legge Dini (ossia il meccanismo di calcolo dell'importo pensionistico nel sistema contributivo) verranno ulteriormente ritoccati.
Ma non si può tirare un sospiro di sollievo neppure quando ci si imbatte nella frase, «a differenza che nel caso di pensioni e sanità, negli altri comparti della spesa sociale non è necessario ridurre la dimensione del pilastro pubblico». Non si può, semplicemente per la ragione che praticamente null'altro rientra nel capitolo welfare. Si riconosce che «deficitarie» sono le tutele per i disoccupati, ma la soluzione prospettata sembra quella di revocare l'indennità a chi rifiuti «un'occasione congrua di lavoro o di riqualificazione professionale». Si riconosce persino che è mancata una specifica politica per la povertà, ma si scopre che sono in pochi coloro per i quali il governo si muoverà (si parla categoricamente di «povertà assoluta»). Con provvedimenti magari del tenore della social card: un euro al giorno per fare la spesa.
E arriviamo alle relazioni industriali, di cui una «moderna» politica di welfare ha bisogno. Tralasciando le parole sulla fine del conflitto e sulla nuova era della «complicità» tra capitale e lavoro, il libro verde parla espressamente di un welfare negoziale gestito dai sindacati. Un sindacato dei servizi, variabile d'impresa esso stesso. In pratica, la Cisl.
Thanx to Manfo