Riforma del modello contrattuale: è finita l’era della Concertazione!
Dopo 15 anni dagli accordi del luglio 1993, sottoscritti da Cgil Cisl e Uil con l’allora presidente del Consiglio Giuliano Amato, è stato pubblicato un nuovo patto generale tra sindacati e imprese. Le sei pagine di ‘Linee di riforma della struttura della contrattazione’ sono un passaggio fondamentale nella vita del nostro paese e nonostante il lessico con cui sono scritte, chiunque abbia a cuore il mondo del lavoro e i suoi protagonisti, dovrebbe fare lo sforzo di leggerle. A non farlo si corre il rischio vissuto sulla propria pelle da centinaia di migliaia di lavoratori negli ultimi quindici anni: vivere passivamente le trasformazioni ‘contrattate’ del mercato del lavoro senza capire quali ne fosse la logica, o chi ne avesse tracciato con così largo anticipo gli sviluppi. Tutti pronti a lamentarsi per dire ‘ma davvero?’ quando ciò che succedeva era stato ratificato e sottoscritto dalle stesse organizzazioni che poi accoglievano le istanze dei lavoratori che venivano privatizzati, ceduti come rami d’azienda o passati in punto in bianco dagli enti locali allo stato.
Non che media e sindacati facciano molto per solleticare l’attenzione dei diretti interessati, se è vero che i contenuti di questo accordo sono ancora sconosciuti alla maggioranza. Per i primi fa più audience sfornare quotidiane inchieste su statali fannulloni, e dipendenti comunali che vanno a fare la spesa in orario di servizio. I secondi, in alcuni casi numericamente determinanti (come nel caso del comparto scuola di Milano) stanno svolgendo assemblee fuori dell’orario di lavoro, in orari improbabili, andate prevedibilmente deserte. Eppure le sei pagine del documento spiegano come verranno decisi i salari per la maggioranza degli italiani nel prossimo decennio, il recupero dell’inflazione, il taglio delle tasse sulla busta paga, il futuro dei delegati sindacali in azienda: non sono argomenti di scarso interesse se fossero trattati con la dovuta accuratezza.
Il primo esempio di lessico illeggibile sta nelle prime quattro linee dove si afferma che ‘Gli obiettivi centrali sono il miglioramento delle condizioni di reddito, di sicurezza e qualità del lavoro attraverso la crescita della qualità del nostro paese, delle sue reti materiali e immateriali’. Ma l’astrusità dei concetti continua in un punto fondamentale, in cui è evidente che non sia usata per caso. E’ quello in cui si cita ‘La conferma dei due livelli contrattuali tra loro complementari’ e ‘si definisce il contratto nazionale come centro regolatore dei sistemi contrattuali a livello settoriale e per la definizione di competenze da affidare al secondo livello anche al fine di migliorare spazi di manovra salariale’. E ancora ‘I contratti nazionali potranno prevedere che la contrattazione salariale di secondo livello si sviluppi a partire da una quota fissata dagli stessi Contratti nazionali.’
Non finisce qui. Il recupero del potere d’acquisto dei salari, che ogni persona dotata di buon senso ha visto dimezzato a partire dall’introduzione dell’euro, sarà ottenuto ‘Utilizzando un concetto di inflazione realisticamente prevedibile’. A fare i conti matematici con i concetti si è visto chi ci ha perso nell’ultimo decennio. Anche i sensali alla fine dell’Ottocento facevano i conti per concetto visto che avevano di fronte contadini analfabeti che non sapevano fare di conto.
In mezzo a tante dichiarazioni di intenti ecco il primo cambiamento che di certo non giova ai lavoratori: gli aumenti non saranno più biennali ma triennali. Guarda caso qui il documento non è chiaro, è chiarissimo: ‘ Va previsto il superamento del biennio economico e la fissazione della triennalità della vigenza contrattuale, unificando la parte economia e normativa’. Il documento prosegue citando per la prima e unica volta nelle sue oltre 5000 parole il concetto di precarietà, questo si reale e conosciuto dalla stragrande maggioranza dei lavoratori. E afferma ‘Anche per contrastare la precarietà del lavoro, la formazione per l’accesso, per la sicurezza e la professionalità appare, nel contesto di cambiamenti sempre più profondi e veloci, come la priorità su cui intervenire sia nella direzione di nuovi diritti contrattualmente definiti che nell’implementazione e regolazione degli strumenti esistenti’. Tradotto: la precarietà si contrasta con la formazione, studiando, adattandosi alle nuove richieste del mercato. Belle parole che si scontrano con una realtà affatto diversa: sono le persone più formate, istruite, spesso laureate, a trovare impieghi precari, ad essere le più esposte al pericolo dell’insicurezza permanente. (Guardate l’ultimo rapporto sul lavoro edito da Provincia di Milano, 2006 su www.provincia.milano.it). E poi le ricette di superamento della precarietà tramite la formazione sono del secolo scorso, Non si abbatte la precarietà facendo formazione, purtroppo. Molti precari non hanno le conoscenze, lo spirito, la dialettica e non possono formarsela di certo a 40 anni, per trasformarsi da commessi in programmatori di Linux, da magazzinieri in esperti di marketing o in venditori.
Il nodo centrale dell’accordo che prevede linee di riforma uniche valide sia per il ‘settore pubblico che per quello privato’ è la contrattazione di secondo livello ovvero accordi che fino ad oggi erano migliorativi sottoscritti dai sindacati in una minoranza di aziende medie e grandi. Accordi, sempre fino ad oggi, che i lavoratori erano riusciti ad imporre alle singole aziende grazie a lotte sindacali nei decenni trascorsi volti a migliorare alcuni aspetti del contratto nazionale, come le ferie, i permessi, i premi di produttività, la mensa, l’orario di lavoro. Il documento prevede che gli accordi di secondo livello possano divenire ‘alternativamente aziendali o territoriali’, spezzando quel legame unico esistente tra il lavoratore e la sua azienda anche per quanto riguarda l’effettiva presenza sul posto di lavoro del delegato sindacale/lavoratore rispetto a quella del delegato sindacale/funzionario sindacale. Le 6 pagine sottoscritte da CGIL CISL e UIL diventano in questo caso molto chiare: ‘La contrattazione accrescitiva di secondo livello sarà incentrata sul salario per obiettivi rispetto a parametri di produttività, qualità, redditività, efficienza, efficacia’. Forse è questo uno dei passaggi più determinanti del documento. Provate a ripetere i termini: parametri, efficacia, redditività, produttività. E’ una scelta epocale, la condivisione piena da parte del sindacato di obiettivi che fino ad oggi erano stati patrimonio unicamente delle aziende e anche un ulteriore passo sulla strada della ‘co-gestione’ ossia l’aspirazione presente in tutta la storia sindacale non solo italiana a gestire almeno in parte gli interessi economici dell’impresa.
Non solo, ma a ‘farsi carico e garante nei confronti dei lavoratori’, tramite contrattazioni di secondo livello ad hoc del rischio di impresa. Per farlo è necessario che le elezioni per le RSU, le rappresentanze sindacali unitarie in cui CGIL CISL e UIL hanno il 33% dei voti per legge, cambino sostanzialmente il loro essere. D’ora in poi saranno le aziende ad avere tutto l’interesse a che vengano elette ‘ovunque’ RSU. Ma come, fino ad oggi le RSU erano ‘i rompicoglioni’ (cito testuale le parole usate da capo dell’associazione che riunisce tutti i call center italiani) e ssi sono trasformati magicamente in ‘necessari’.Perché ? Ecco svelato l’arcano: gli accordi aziendali di secondo livello potranno derogare si ma in peggio agli accordi sottoscritti a livello nazionale dai sindacati. Infatti, poco prima si affermava che ‘I processi di trasformazione in atto richiedono una più alta capacità di contrattazione sull’organizzazione del lavoro, sulla condizione e prestazione lavorativa, sulle partite degli orari (ecco la neodefinizione del vecchio orario di lavoro) su tutte le tematiche legate alla flessibilità contrattata (altra neodefinizione della precarietà legalizzata) sul tema sempre più importante della prevenzione e della formazione su salute e sicurezza del lavoro.
Al fine di ottenere questo obiettivo: ‘I sindacati individuano nel CNEL (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro) l’istituzione che avvalendosi di specifici comitati certifichi la rappresentanza e la rappresentatività delle organizzazioni sindacali.’
Oggi non va più di moda parlare di Corporativismo, ovvero della disciplina del lavoro sviluppata in Italia a partire dagli anni Venti da parte del Movimento Fascista che non dimentichiamo aveva tra le sue file nei primi anni moltissimi sindacalisti rivoluzionari. La corrente moda dello ‘sdoganamento’ purtroppo, ci impedisce quasi di parlare di importanti ‘pezzi’ della nostra storia recente. Invece, conoscere quei principi che saranno ribaditi in modo netto negli ultimi due anni della II Guerra Mondiale dai competenti organi della Repubblica Sociale di Salò (RSI), sono fondamentali per capire quali siano alcuni dei riferimenti culturali ed economici suggeriti da diversi passi del documento di CGIL CISL e UIL.
E proprio nelle competenze del CNEL, così come in alcuni passaggi sulla co-gestione soprattutto riguardo alla flessibilità contrattata, sono individuabili degli intenti se non delle radici comuni. Anche la visione di un sindacato sempre più ‘dentro’ l’impresa, volto a sostenerne gli sforzi in termini di competitività internazionale, è patrimonio del sindacalismo fascista. Negare queste evidenze che risultano così chiare a chi abbia studiato la storia sindacale del nostro paese, sarebbe ipocrita. Conoscerne e ammetterne il senso, servirebbe a tutti. Sia a chi si opporrà al tentativo di riforma proposto da CGIL CISL e UIL e caldeggiato da decenni dalle aziende più importanti di Confindustria, che ai sindacati e ai lavoratori. In un momento di difficoltà il sindacato italiano cerca di fare gruppo, di unirsi. Ma il suo ruolo e quello del CNEL diventano troppo simili a quelli del Ministero delle Corporazioni del Regime per non vederne le similitudini, in alcuni casi enormi.
I casi sono due. O quello che sta scritto sui libri e le lezioni di storia sindacale sono da buttare, oppure in quelle norme sostenute dalle corporazioni e dall’impianto produttivo italiano a partire dal 1925 e per tutti gli anni Trenta c’era qualcosa di buono che vale la pena di rispolverare oggi. Rimane un dubbio enorme. Sono davvero queste le preoccupazioni che deve avere un sindacato nell’Italia di oggi? E perché non usare parole più schiette per farlo capire a chi ancora ha un lavoro a tempo indeterminato e cara grazia può ancora votare alle elezioni per le RSU?
Thanx to Stefo
piattaforma
Il documento di cui parlate non è un accordo, bensì la piattaforma di Cgil Cisl e Uil...
Quanta aria fritta in quelle 6 pagine
Quello che più mi ha colpito è il secondo paragrafo di pagina 5, quello dove parla delle quote di salario e dice che è necessaria la "conoscenza degli aspetti finanziari in tempo reale per poter leggere l'impresa".
Sarei curiosa di sapere quante imprese sarebbero disposte a mostrare i conti a un sindacato nonché quanti sindacalisti sarebbero capaci di capirci qualcosa in 'sti conti.
Last but not least, se il sindacato si accorge che l'impresa è mal gestita, che fa? Se la dirige da solo?
Bah.


Fumo negli occhi
I valori di fondo che ispirano questa piattaforma - che in ogni caso esprime, proprio in quanto piattaforma, un'impostazione ideologica ben precisa, e questo va fermamente condannato, caro anonimo - eludono del tutto le questioni fondamentali che un sindacato dei lavoratori dovrebbe avere.
Eludono il concetto della difesa reale del potere d'acquisto del salario, in un'ottica strettamente di parte: quella del lavoratore. Il principio di parità ed eguaglianza a cui si richiama il CCNL non può e non deve derogare rispetto agli interessi dell'impresa, che non sono quelli dei lavoratori se non incidentalmente e comunque, dal punto di vista politico, in maniera del tutto strumentale (per la parte padronale).
Eludono il contrasto alla precarietà come forma di distruzione della solidarietà fra lavoratori e di asservimento della vita alle logiche del capitale (alla faccia del vecchio ma comunque valido 8orex3: lavorare, vivere, dormire), ma anzi, nella sua fattispecie legale (la flessibilità), ne sanciscono la validità e ne incentivano l'adozione, individuando esclusivamente strategie d'adattamento e cogestione.
Eludono il problema della rappresentanza sindacale, blindando le decisioni a monte (nelle segreterie), professionalizzando ulteriormente la funzione di delegato, disinnescando quindi qualsiasi forma di lotta dal basso, ma virando decisamente verso la cogestione d'impresa, in cui il capitale sindacale sono i lavoratori: merce di scambio.
Eludono la punibilità delle imprese in termini di sicurezza e inadempienza contrattuale, eludono il richiamo agli strumenti di pressione, quali che siano, in una decisa ottica del "mettemese d'accordo" con la loro controparte (?) padronale, eludono l atutela delle lavoratrici, eludono il tema dello sfruttamento del lavoro migrante, eludono la difesa della qualità della vita soggettiva del lavoratore.
Eludono infine il principio fondatore del sindacalismo: la solidarietà fra i lavoratori, il principio di condivisione degli obiettivi, la difesa degli interessi dei lavoratori, il potere d'interdizione, legale e non, verso lo strapotere del capitale del padronato.
etc. etc.
Le parole di quel documento, che a dispetto di studi poi non così superficiali fatico a tradurre in italiano corrente (e già i gerghi la dicono lunga, dal punto di vista culturale, sul sedimentarsi del professionismo sindacale, del tipo di quello che produce gente come Pietro Ichino...), sono solo fumo negli occhi ai lavoratori.
Sono un lavoratore III livello del settore turismo (receptionist trilingue), con un contratto che scade il 31 gennaio 2009. Ho 37 anni, una laurea con il massimo dei voti e lode, un dottorato di ricerca, e guadagno 1.200 euro e spiccioli. Forse al termine sarò rinnovato a tempo indeterminato, dopo dieci anni di precariato contrattuale, a spasso per l'Italia (Roma, Ancona, Venezia, Milano...). Ho svolto attività d'insegnamento e ricerca nell'Università per dieci anni, senza mai avere la possibilità di trasformare tutto ciò in un lavoro. Alla fine ho mandato tutto a quel paese. Nel mio settore, il turismo, la sindacalizzazione praticamente non esiste, i delegati RSU passano prima dal proprietario, poi vengono a dire e a far firmare quattro cazzate, e poi ritornano dal proprietario...
La mia esperienza del sindacalismo RSU è PESSIMA, sia umanamente che dal punto di vista delle tutele. Per questo sono stato felice d'incontrare gente come quelli della CUB, a cui sto per iscrivermi.
saluti libertari
Linus - Iltrenodinotte