Postino e giardiniera vincono su McDonalds

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libelTrecentotredici giorni di processo, centosettanta testimoni, centinaia di ore di dibattimento. Queste le cifre del processo iniziato a Londra il 28 giugno ‘94 e conclusosi il 19 giugno del '97: il più lungo mai avvenuto in un'aula di tribunale inglese. Da una parte il postino Dave Morris e la giardiniera Helen Steel, militanti di London Greenpeace, e il loro giovane e coraggioso avvocato; dall'altra la McDonald's con uno stuolo di azzimati e incarogniti legali provenienti perfino dalle aule statunitensi.

Un gran polverone perchè i due miti contestatori avevano distribuito volantini in cui si contestavano i pilastri dell'attività di McDonald's, proprio davanti all'uscio di un ristorante della multinazionale del panino rinsecchito: qualità scadente del cibo venduto con conseguente generazione di malattie tumorali, sfruttamento dei propri dipendenti, responsabilità nel disboscamento delle foresta amazzonica, crudeltà verso gli animali portati al macello e usati per la carne di hamburger dell'azienda.

l postino e la giardiniera che hanno sfidato McDonald's. E hanno vinto , documentario che apre il primo festival Slow food nelle sale della Cineteca di Bologna da oggi fino all'11 maggio, segue passo dopo passo l'iter processuale dei due agguerriti malcapitati. Certo, senza far facili battute, in quel volantino di quattro pagine c'era davvero molta carne al fuoco, le cui braci sono state attizzate da infiltrati della polizia che nel lontano 1990 iniziarono le indagini all'interno del gruppo di Greenpeace cui facevano parte Morris e Steel. I sospetti sono di sovvertimento dell'ordine pubblico, anche se poi McDonald's li porta in tribunale per quella leggina impenitente, tardo ottocentesca, della diffamazione. Che in inglese si dice "libel" e fa da aggancio nel titolo originale del documentario: Mclibel - The postman and gardener who took on McDonalds .

Morris e Steel diffamano il gigante Golia, megacorporazione con centinaia di filiali in tutto il mondo dal Bahrein al Perù, dalla Jamaica alle isole Fiji, dall'Oman al Lichtenstein. L'anatema inizia in sordina, perché stampa e opinione pubblica sanno poco. Poi, com'è d'abitudine, i paria della protesta che non vengono abbattuti al primo colpo, diventano soggetti interessanti che fanno audience o almeno folclore. I signori della polpetta avvelenata corrono ai ripari cercando scorciatoie con incontri segreti per frenare le tesi di quelli che, paradossalmente, sarebbero dovuti difendersi invece in contropiede attaccano e a sentenza conclusa vincono per oltre la metà dei capi d'accusa contestati.

La sentenza parla chiaro: McDonald's si salva sulla questione della deforestazione in Amazzonia e in parte sulle pessime condizioni di lavoro dei dipendenti (orari di lavoro troppo lunghi, pause troppo brevi); ma perde su tutta la linea riguardo i benefici nutrizionali dei cibi, pubblicità ingannevole ai danni dei bimbi, crudeltà verso gli animali macellati.
Una Waterloo dell'hamburger in serie che poi altri registi (Morgan Spurlock con Supersize me , documentario-inchiesta dove il protagonista si ingozzava di BigMac tutti i giorni fino ad ammalarsi) e scrittori come Eric Schlosser ( Fast Food Nation dove si paventa la presenza di cacca negli hamburger delle grandi catene) amplieranno nelle argomentazioni critiche e non verranno mai accusati di dire il falso. In "Il postino e la giardiniera" (stasera a Bologna) si seguono i capi d'accusa processuali e per ognuno si apre una parentesi descrittiva. Geniale quella in cui si sottolinea l'enfatizzazione nella creazione del pupazzo Roland McDonald, una specie di It alla Stephen King, che i bimbi inglesi hanno dovuto subire ipnoticamente in tutti i suoi saltelli, slogan e inviti a turlupinanti e famigerati Happy Meal.

La regista Franny Armstrong privilegia uno stile asciutto, scevro di svolazzi formali, magari troppo didascalico in quei frammenti di processo riprodotto con attori veri, ma che vuole partigianamente schierarsi. Non a caso nella quindicina di minuti finali dove Morris e Steel portano alla corte europea dei diritti dell'uomo la questione della libertà di parola sfidando addirittura il governo inglese (anche qui vincendo), c'è lo zampino drammaturgico/organizzativo di Ken Loach. D'obbligo quindi una riflessione sull'economia globalizzata del cibo, sulle leggi oligopolistiche di un mercato dell'alimentazione schiavo delle richieste delle multinazionali.

Un cinema come paradigma di lotta e di ribellione all'ordine costituito che si amplia nelle pieghe dello Slow food on film in un altro titolo come Michael Schmidt: eroe del biologico e bioterrorista , protagonista un contadino canadese che produce formaggio con latte crudo, pratica vietata per legge in Canada. Arrestato, attiverà una rete di protesta alla Joseph Bové. Battaglie donchisciottesche e visi semplici d'altri tempi quelli di Schmidt, Morris e Steel. Questi ultimi, due londinesi che sembrano usciti dalle proteste antinucleari del '59, con le loro camicie da cinque sterline, piedi scalzi per casa, fogli accatastati nello studio tutt'uno con la camera da letto. Un'idea di società egualitaria e di collettività nostalgicamente lontana anni luce dalle follie kitsch e reazionarie del nuovo sindaco londinese Boris Johnson.

Thanx to Liberazione 

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