Non accade spesso che i lavoratori della Lidl scendano in sciopero, ieri è accaduto nella filiale di Chieri, in provincia di Torino. La multinazionale della distribuzione low cost, infatti, questa volta sembra averla fatta grossa: un capofiliale è stato licenziato dopo ben 6 anni di servizio, e in sua difesa si sono mobilitate tutte le cassiere. Vittima del nuovo abuso Lidl, è Andrea Chiara, 30 anni, accusato di aver imposto a una delle commesse di comprare 100 euro di carne. Il prodotto avrebbe dovuto essere riprezzato, in quanto vicino alla scadenza (di solito l'azienda indica un 30% in meno), ma questa operazione non è risultata eseguita, la carne è stata acquistata dalla commessa, e, dopo 8 giorni dal fatto, Andrea si è visto chiamare dai capisettore per essere «sospeso cautelativamente».
Il 22 marzo gli è arrivata a casa la lettera di licenziamento. Tutti i lavoratori della sede di Chieri - altri nove oltre il licenziato - hanno ritenuto ingiusta l'accusa e ieri hanno sostenuto nello sciopero il capofiliale, che ha anche fatto causa all'azienda. «E' evidente che Lidl dopo un certo numero di anni cerca qualsiasi pretesto per mandarti fuori, se non ti licenzi prima da solo - spiega Andrea - Perché diventi troppo costoso, e cominci a contestare le cose che non vanno. Da questo punto di vista è meglio avere dei neoassunti, non protestano e li paghi meno». E non è che come capofiliale, Andrea si sia risparmiato: «Faccio sempre tra le 10 e le 12 ore al giorno, quando da contratto ne ho 38: tutti straordinari non retribuiti. Ho 500 euro di note di servizio non rimborsate da ottobre scorso, ho dovuto comprare diverse volte i rotoli per gli scontrini: tutto di tasca mia. Ma non capita solo a me: le cassiere hanno decine di ore di straordinario non retribuito, manca il personale sufficiente e tutto si scarica sulle spalle di chi è in servizio».
Lidl non è certo nuova alle proteste, di recente la rivista tedesca Stern [1] ha denunciato l'esistenza di decine di protocolli di controllo sui dipendenti delle sedi tedesche, preparati da incaricati che visionano le riprese interne al negozio e scrivono dei rapporti per la dirigenza.
I rapporti sono difficili anche in Italia: proprio ieri i vertici aziendali hanno incontrato i sindacati, ma il dialogo ancora non decolla, anche se Lidl ha chiesto di discutere un accordo sulla videosorveglianza, così come disposto dallo Statuto dei lavoratori. «Abbiamo visto alcuni segnali di disponibilità, evidentemente Lidl comincia ad accusare problemi di immagine - spiega Sabina Bigazzi, della segreteria nazionale Filcams Cgil - Il problema è verificare queste prime aperture, capire se ci sia davvero la volontà di aprire, finalmente, un tavolo». Il sindacato mira innanzitutto a parlare «di diritti umani», contro i carichi di lavoro imposti, e le umiliazioni subite dai dipendenti (la gran parte donne part time, con contratti di 20 ore per 600 euro al mese).
«Poi, certo - spiega Bigazzi - se si avesse finalmente un contratto integrativo, aiuterebbe molto, perché si potrebbe stabilire un maggiore potere contrattuale per Rsu e Rsa. Ma intanto vediamo se è possibile condividere un Protocollo sulle relazioni industriali, e creare insieme una Commissione mobbing». «Insieme», è il caso di dire, perché ieri il sindacato ha scoperto che la Commissione mobbing la Lidl se l'è fatta da sola, con uno psicologo, un medico e un rappresentante dell'azienda.
Thanx to Manfo