La metà delle giovani sotto i 24 anni deve accontentarsi di un lavoro atipico e la condizione di incertezza non migliora a 12 mesi di distanza. In genere poi il trattamento salariale dell'altra metà del cielo è peggiore rispetto ai colleghi maschi e da questa discriminazione non si salvano neppure le donne in carriera: le “over 45”.
Occupazioni senza un minimo di prospettiva, titoli di studio gettati alle ortiche in lavoretti dequalificati e dequalificanti, contratti senza la possibilità di programmare nulla, situazioni di parasubordinazione, o più semplicemente collaborazione, quando si è abbondantemente superata la soglia dei 40 anni.
La fotografia è del Terzo Rappor-to dell'Osservatorio permanente sul lavoro atipico in Italia di Ires Cgil e Nidil [1]secondo il quale le “instabili” sono circa il 19% dell'occupazione totale femminile a fronte di un 11% fra i maschi. Le più svantaggiate sono le ragazze tra 15 e 24 anni: la metà è precaria mentre nella fascia 25-34 anni la percentuale scende a una su quattro.
Per i maschi i rapporti sono, rispettivamente, il 39,7% e il 15,5%. Donne penalizzate anche nella durata dei contratti; se in media il 70% degli uomini “atipici” ha un contratto temporaneo inferiore ai 12 mesi, per il “gentil sesso”, la percentuale sale a oltre il 76%. Se poi 17% degli occupati maschi “instabili” approda a un contratto a tempo indeterminato, fra le colleghe il posto fisso bacia solo il 14%.
Differenze profonde anche tra centro- nord e sud: se nel primo caso l’offerta di lavoro alle donne è maggiore, di pari passo al sostegno alla famiglia, al sud le chanches per le donne sono da sempre
poche, e negli ultimi 3 anni le differenze geografiche si sono accentuate.
E scricchiola anche l'assioma meno lavoro più famiglia. Dal rapporto emerge che le donne che non hanno un impiego stabile non sono quelle che mettono su famiglia. Anzi, il tasso di natalità è molto più alto nelle regioni dove è più alto il tasso di occupazione femminile.
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