Hollywood, picchetti vincenti per i lavoratori - Analisi di Sergio Bologna
Un'analisi a posteriori dello sciopero che ha coinvolto gli sceneggiatori dell'industria dell'entertainment americana, sfaldando il fronte padronale nel giro di pochi mesi. Diverse le dinamiche sociali chiamate in campo, dalla solidarietà fra le generazioni al forte rapporto con i propri sindacati. Mentre l'Italia registrava l'ennesima morte sul lavoro e le lacrime di coccodrillo da sottile rivolo diventavano torrente in piena, io passavo ore a seguire sul video del mio computer di casa le vicende dello sciopero degli sceneggiatori americani. Non è per raccontarlo, meglio di me altri lo hanno fatto, ma per riflettere sulle possibilità della comunicazione oggi che propongo queste considerazioni. Per dire che il soggetto è doppio, noi che seguiamo da lontano e loro che laggiù agiscono e la riflessione va fatta su tutti e due, perché ambedue siamo coinvolti in un processo di trasformazione. Perché ci ho speso del tempo? Perché ormai i comportamenti conflittuali dei «lavoratori della conoscenza» e della «classe creativa» sono diventati il centro della mia riflessione; ritengo questa una delle componenti sociali più dinamiche in tutti i sensi.
L'industria dell'entertainment produce più occupati dell'industria dell'auto e le forme lavorative al suo interno sono dominate dalle
figure tipiche del lavoro postfordista, intermittente, mobile, intellettuale, pressato dalle nuove tecnologie ecc... «Devastante» è
stato definito questo sciopero e qui è un altro punto importante: ci sono categorie che possono bloccare il processo produttivo e portarlo
alla paralisi, dunque dispongono di potere contrattuale.
Ma possono farlo se tengono duro tre mesi.I sindacati si chiamano «gilde» (la Writers Guild of America West che ha bloccato Hollywood e la Writers Guild of America East che ha bloccato Manhattan, 12mila iscritti circa) e qui si conferma il ritorno alle forme originarie, persino medievali, dell'associazionismo operaio, si conferma il valore del mutuo soccorso (da poco è nata negli Usa la gilda delle mamme imprenditrici, di quelle che hanno figli e debbono portare avanti un'azienda, le «mompreneurs» e altro non sono al 75% che lavoratrici autonome, freelancers, vedi il sito www.moms-for-profit.com).
Come altro avrei dovuto seguirlo questo sciopero? Mandando un mail? (please let me know more...). Aspettando che uscisse un libro?
Telefonando ad amici in Canada per vedere se ne sapevano di più? Mandando un sms a Patric Verrone? Sono incerto se ritenere più
importante la lotta o la produzione d'informazione sulla medesima, due processi creativi e di trasformazione diversi e che si cumulano. Resti
di stucco di fronte a siti dove hai tutte le informazioni che vuoi, minuto per minuto, dove ti puoi vedere video in diretta, gallerie di
foto e migliaia di blog, di storie personali, di testimonianze su comela lotta ha cambiato le persone.
Un certo Mark Kunerth dice che la picket line non la mollerà mai, anche se dopo una giornata in cui ha girato in tondo ha percorso 29
miglia, perché per lui la gilda è stata più di una famiglia e racconta una storia terrificante, di una moglie incinta che scopre di avere un
cancro al cervello e il sindacato gli sta vicino, procura gli specialisti giusti, le cliniche giuste, l'assicurazione con cui riesce
a pagare le cure. Oggi moglie e figlia stanno bene. Gli sceneggiatori hanno una lunga storia di lotte, che risale agli anni 60. La loro
controparte è l'Amptp, l'Alliance of Motion Pictures and Television Producers, che ha sede a Encino (California), ne fanno parte gli otto
colossi del settore, dalla Fox alla Disney, dalla Nbc a Viacom. Ogni tre anni rinnovano il contratto, il Minimum Basic Agreement (Mba) cui
vengono aggiunte altre clausole. Stavolta la richiesta della gilda era importante: gli sceneggiatori volevano una fetta della torta
rappresentata dai nuovi supporti, internet, dvd, videofonini ecc..
Ed è su questo che lo scontro si è inasprito. Convinti di logorarli, l'Amptp ha tenuto duro ed è accaduto il contrario. Il fronte padronale
si è sfaldato, una a una le piccolo-medie case produttrici hanno firmato contratti separati, mentre i 12 mila compatti andavano avanti
sotto una crescente solidarietà, che andava dalla Screen Actors Guild (Sag), che ha il contratto in scadenza nel giugno 2008, ai vecchi
Teamsters e all'International Longshore and Warehouse Union, due sindacati dei lavoratori dei trasporti e della logistica (dice
niente?).
Sono commoventi le foto dove vedi vecchie glorie del cinema, ottantenni, novantenni, in carrozzella, sfilare coi giovani e
inalberare cartelli, c'è una solidarietà intergenerazionale e professionale sorprendente. I membri della gilda erano tenuti
costantemente informati dei negoziati, un rapporto tra base e vertice di grande fiducia (anche se all'approvazione dell'accordo finale ci
saranno un po' di contrari). La comunicazione via internet è garanzia di questa trasparenza, di questo rapporto democratico. È Richard
Freeman che, alla fine degli anni 90, aveva intravisto le grandi possibilità che internet offre all'organizzazione sindacale,
all'associazionismo dei lavoratori («Will unionism prosper in cyberspace? The promise of the internet for employee organization» sul
British Journal for Industrial relations del settembre 2002). Ma internet richiede un'organizzazione fitta e competenze sofisticate.
Per tenere in piedi per tre mesi siti come www.wga.org oppure www.unitedhollywood.com occorre avere una struttura in grado di
reagire in tempo reale, un giro di uomini e donne che manco una multinazionale riesce a mobilitare. Oppure è la mia ignoranza di
settantenne che piglia abbagli?
Avere potere d'interdizione, di blocco del processo produttivo, oggi ancora non basta, occorre essere collocati in posizioni di grande
visibilità e il mondo del cinema è uno di questi. I militanti di Wga hanno bloccato la consegna dei Golden Globe, un business miliardario. La controparte ha ceduto pochi giorni prima della consegna degli Oscar, perché gli sceneggiatori erano pronti a bloccare anche quella. Il loro sciopero ha lasciato a casa decine di migliaia di lavoratori del ciclo produttivo, appartenenti ad altre categorie. L'Amptp sperava
che si rivoltassero e rompessero i picchetti, ma non è accaduto e questo vuol dire qualcosa.
Mentre rivedo gli appunti per l'articolo, i testi che ho scaricato, mi viene un'illuminazione. Non ho visto nessun sociologo, nessun
professore pontificare su quella lotta, nessuna sentenza sputata da salive accademiche, miracolo! Stare davanti al video e seguire in
diretta questi eventi è come assistere al ricostituirsi di tessuti per anni intaccati dalla metastasi del neoliberalismo,
dell'individualismo, dell'ideologia del fai-da-te, è tornare a vedere uomini e donne che fanno la cosa più elementare del mondo: difendere
la propria condizione di lavoratori. Una cosa familiare per noi un tempo, oggi diventata rara.
Su Rai3, qualche sera fa, è passato il film di Francesca Comencini In fabbrica. Qui c'è la classe operaia vera, te la ricordi? Diamine,
riconosco luoghi, volti, situazioni. Manca un sacco di roba, la chimica tanto per dire, manca la Madre di tutte le lotte, quella degli
elettromeccanici milanese del '60. Ma non importa, va bene lo stesso e alla fine il capolavoro, le ultime interviste a metalmeccanici di
oggi. Due immigrati-zio Tom e due ragazze spente, un capetto contento di essere competitivo. Ecco come li hanno ridotti un quarto di secolo
di cure. Torno al video: la Sinistra, dice una notizia, rimette al centro il lavoro. Avrebbe dovuto farlo vent'anni fa. Oggi non sa
nemmeno cosa sia il lavoro.

