Al lavoro anche se piegati in due dalla febbre o dal mal di testa o squassati dalla bronchite.
Non si tratta di isolati stakanovisti ma di milioni di italiani: quelli che appartengono a categorie non protette: precari, stagionali,lavoratori ordinari, ma anche artigiani e liberi professionisti. Tutte persone che non si possono permettere l’assenza dal lavoro e la conseguente decurtazione della busta paga o della parcella, sempre che ce l’abbiano.
“Ci sono pazienti che vengono da noi con 39 di febbre e la tosse ma quando gli spieghiamo che debbono restare a casa 3 o 4 giorni e ci prepariamo a fare il certificato si tirano indietro, e chiedono di ridurre le giornate o addirittura di non farlo del tutto” denuncia Giacomo Milillo, segretario della Fnmg, federazione dei medici di famiglia, che parla di un fenomeno assai diffuso.
“Se prima riguardava soprattutto i lavoratori più ricattabili oggi il fenomeno si va estendendo sempre di più ai titolari di partita Iva, laureati o diplomati i fascia alta” conferma il professor Emilio Reyneri, titolare della cattedra di sociologia del lavoro alla Bicocca. Il dato, secondo Mario Falconi, presidente della sezione romana dell’Fnmg, spiega anche il divario di giornate perse l’anno per malattia fra settori pubblico e privato: una media di 18 per il primo e 4 per il secondo. “Mi batto da anni per abolire questa farsa e introdurre l’autocertificazione per i primi due giorni - dice il medico - cosicché possano poi scattare controlli reali per i recidivi”.
Leggiamo l'intervista al sociologo Emilio Reyneri:
«Sa qual è il settore dove è più alta l’instabilità? Proprio il suo, l’editoria.
Quanti free lance, collaboratori, fotografi, conosco che non possono permettersi neanche un giorno di malattia».
Quando si parla di precarietà e di lavoratori in giro anche con la febbre vengono in mente
i manovali. E invece Emilio Reyneri, ordinario in Sociologia del lavoro alla facoltà
di Sociologia della Bicocca di Milano, sorprende subito sgomberando il campo dai luoghi comuni.
È l’altra faccia della flessibilità: uomini e donne fagocitati dal lavoro altrimenti si perde il contratto?
– Certo che lo è. Ma la novità è che adesso questa situazione colpisce sempre più le fasce
medio-alte. Il cosiddetto regno della partita Iva. Professionisti che hanno il contratto in scadenza e hanno più voce dei lavoratori edili. Scrivono ai giornali, pubblicano blog. Sono visibili e si fanno vedere.
Eppure i dati indicano un livello occupazionale elevato. Non dovrebbe spaventare a morte perdere il lavoro se c'è questa flessibilità...
– C’è movimento, ma emerge l’altro grande tema: il basso livello delle
retribuzioni. In alcuni Paesi la precarietà è premiata con salari più alti.
Da noi i precari guadagnano di meno. Chi perde il lavoro sa che ne
troverà un altro, ma probabilmente sarà pagato anche meno. Guardi, il problema retributivo è anche più grave di quello della precarietà.
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