Un Germania fanno flop i negozi sempre aperti

Open lateVolevano orari più lunghi. Sempre più lunghi per fare sempre più incassi, come se il portafoglio dei clienti fosse proporzionato all’apertura dei negozi. Li hanno avuti. E adesso non sanno che farsene: dopo le 20 nessuno entra. La gente non ha cambiato le sue abitudini, compra di giorno e la sera se ne sta a casa. Se esce, va altrove. E continua a spendere in ristoranti, cinema e teatri quei denari che i commercianti speravano di veder affluire nelle loro casse. Ad appena due mesi dalla liberalizzazione degli orari il presidente di categoria dell’Assia ammette: «In linea di massima è un flop. La tendenza generale dei negozianti sembra essere quella di fare marcia indietro». E’ andata bene solo a Natale. Da allora, dopo le otto - il vecchio orario di chiusura - non succede più niente.

Si lamentano le commesse: il tempo, a non far niente, non passa mai. Si lamentano i proprietari: non vale la pena, gli incassi non coprono le spese. Così trattano con i concorrenti un orario che vada bene a tutti, per evitare che qualcuno rubi il burro dal pane altrui. E chiudono come prima. In attesa di vedere se e come si svilupperanno nuove abitudini. Le favoriranno introducendo probabilmente un giovedì lungo, per invogliare i nottambuli.

 

Per 50 anni una legge nazionale ha regolato su tutto il territorio tedesco l’apertura dei pubblici esercizi: in settimana fino alle 18,30, il sabato fino alle 14, la domenica chiusi. Ma intanto i tedeschi viaggiavano all’estero, gustavano le gioie dello shopping fino a tardi. E, tornati in patria, si sentivano dei provinciali. Il vecchio orario sembrava inadeguato, ma i sindacati e la paura della concorrenza frenavano la voglia di nuovo.

Un primo cambiamento arrivò nel 1989, con l’introduzione del giovedì lungo, tutti aperti fino alle 20,30. Nei ricavi cambiò poco. Il picco di spesa era sempre 10 minuti prima della chiusura, grazie a quella «sindrome delle porte che si chiudono» che spinge a comprare qualunque cosa pur di non uscire a mani vuote.

La lezione servì a poco, le pressioni portarono nel ’96 a una nuova rivoluzione: apertura dalle 6 alle 20, il sabato fino alle 16. Nel 2003, chiusura alle 20 anche al sabato. Gli acquisti stagnavano e il rimedio sembrava essere sempre quello: più orario. Nel 2004 ci fu un ricorso alla Corte Suprema, la quale proclamò anticostituzionale l’orario unico per tutta la Germania. Quando poi, lo scorso giugno, le competenze per il commercio passarono ai Laender, avvenne l’agognata liberalizzazione. Con unico vincolo: la domenica i negozi dovevano restare chiusi, con l’eccezione di quattro settimane all’anno. Christa Thoben, ministro dell’Economia del NordReno-Westfalia, proclamò: «E’ la fine degli acquisti frenetici nella pausa-pranzo o quando di esce dal lavoro». E la collega della Sassonia Anhalt: «E’ finita l’era della burocrazia, viva la deregulation». Solo i Verdi erano perplessi, sostenavano che i nuovi orari erano contro i lavoratori e contro la famiglia. Ma nessuno li ascoltava.

Berlino fu la prima ad approfittarne e il 17 novembre 2006 proclamò il diritto di tenere aperto quanto si voleva. Erano le settimane di Avvento, c’erano da comperare i regali di Natale e tutto sembrava assai promettente. Una libreria, la Kulturkaufhaus Dussmann, tenne aperto tutta la notte e ne fu soddisfatta. La gente passava a comprare un libro o un cd dopo il cinema o la discoteca. «Alle tre della notte abbiamo code di 10 minuti alle casse», annunciò il proprietario. Alle quattro la libreria era vuota. E di orario no-stop non si parlò più.

Intanto anche altri Laender seguivano l’esempio. Non tutti, comunque. E chi ancora meditava sulla legge regionale accusava i vicini di concorrenza sleale. Passata l’euforia, tutto si è placato. La Baviera si è presa un anno per decidere. I Laender dell’Est sono rimasti all’antico. Solo le grandi catene di Berlino continuano a tenere aperto tutti i giorni fino alle 10 di sera. Hanno scoperto una nuova clientela: i turisti. Quando chiudono i musei, loro cominciano lo shopping.

Vediamo cosa ne pensa Maria Luisa Coppa - presidente Ascom - «Non è la notte il momento dello shopping sfrenato»

Maria Luisa Coppa, presidente Ascom Torino, non ha dubbi: «Sul fronte dell’orario lungo il dietrofront della Germania è una decisione valida anche per l’Italia».

Per tutto il commercio?

«Sicuramente per tutto ciò che non è “food”, cioè legato alla ristorazione: si sente spesso dire che in una città turistica l’apertura domenicale ha sempre un ritorno, così anche il prolungamento della chiusura la sera. L’esperienza, invece, insegna che ciò vale solo per alcuni negozi o in giornate dell’anno legate a manifestazioni particolari. L’orario lungo funziona per i negozi dedicati ai giovani o che offrono il souvenir o la curiosità caratteristica al turista. Il cliente del negozio “di marca”, dove si vende l’abbigliamento importante, non aspetta la domenica o la sera per andare a fare shopping. Idem per le gioiellerie».

In nessuna domenica o sera dell’anno? Le Olimpiadi hanno dimostrato il contrario.

«Le Olimpiadi sono state un evento unico e irripetibile. Le Notti Bianche confermano che la sera fanno qualche affare i ristoranti, i bar e chi vende pizza al taglio. Le aperture domenicali che le istituzioni ci hanno chiesto di garantire sono state solo un ulteriore aggravio per la piccola e media impresa».

Dunque? Modello Germania?

«Gli orari del commercio devono essere tarati a misura di cittadino. Nel Nord Italia si esce sempre più tardi dall’ufficio, sia in pausa pranzo sia la sera. E in tutto il Paese cresce il numero di single che, dopo il lavoro, devono mettere insieme qualcosa da mangiare. Non è più come un tempo che le donne uscivano presto al mattino, facevano la spesa sotto casa o al mercato, poi portavano le borse a casa e andavano al lavoro».

Proposte?

«Per il commercio “food” posticipare la chiusura alle 13,30 o alle 14, riaprire anche alle 16 e arrivare fino alle 20».

E per il no-food?

«Si potrebbero benissimo alzare le serrande alle 10,30-11, garantire l’orario continuato, poi chiudere, come oggi, alle 19,30. Non è la sera, il momento da sfruttare, è la pausa pranzo. Dovremmo fare i conti anche con le stagioni: nei sabato pomeriggio, d’inverno, si vede il grande shopping. D’estate, molti sabato pomeriggio, la gente va via: certi negozi non fanno affari».

 

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