Articolo sul dibattito reddito/salario - Il Manifesto

Stiamo seguendo con una certa dose di ansia il dibattito che contrappone i redditisti ai salaristi. Queste due colorite definizioni vorrebbero indicarci due orizzonti differenti e antitetici di intendere il superamento della precarietà. Ciò che ci rende ansiosi non sta nelle posizioni in sè ma nella contrapposizione stessa che sembra volersi porre come riferimento cartesiano nelle questioni relative alla precarietà sociale. I percorsi che abbiamo attraversato hanno cercato di contestualizzare questa dicotomia collocandola all'interno di una visione diversa.

La stessa Mayday, al principio, non ha cercato una sintesi fra le diverse rivendicazioni. Al reddito per tutti/e - che indicava la volontà di garantire una vita dignitosa a ciascuno/a - si è mano a mano sostituita la continuità del reddito che non vuole essere una mediazione fra il salario ed il reddito di esistenza, ma ne costituisce il superamento e la consapevolezza della necessità di una maggiore versatilità nella scelta delle finalità intermedie, se si vuole sviluppare una strategia veramente conflittuale, nel lavoro e nel sociale, contro la precarizzazione. Il dibattito su reddito e sul salario ma anche la grande assemblea in preparazione per l'8 difettano in questo. Non ci dicono il perchè dopo vent'anni di riduzione dei diritti - prima monetarizzati e poi sviliti  si dovrebbe invertire la tendenza.

Certo non per il semplice fatto di aver posto il problema. E' risaputo come le trasformazioni imposte dal liberismo abbiano spiazzato le capacità di pressione politica e di efficacia sindacale delle tradizionali forme di conflitto. Quindi il punto su cui focalizzare l'opposizione alla precarietà sociale è quello di definire i modi e le forme attraverso le quali trovare e saldare nuove forme solidali e di conflitto, fra i lavoratori e precari/e, i nativi/e e i/le migranti. Per noi il punto sta qua e concedeteci la provocazione, anche sbagliandoci noi ne trarremo vantaggio. Vorrà dire che entro qualche mese avremmo un reddito di esistenza o un salario stracolmo di diritti.

Se invece ciò non accadrà pensiamo che il percorso dell'EuroMayday - esperienza che prova ad affrontare le contraddizioni di un'economia mondo che si articola in spazi e modi differenti - abbia posto la sua attenzione sul punto nevralgico: l'atomizzazione taglia i legami che potrebbero condensarsi in una generale presa di coscienza della propria condizione creando le basi per nuove complicità che diano forza a quei conflitti che non riescono più ad articolarsi intorno a chi possiede i mezzi di produzione, perché nell'era dei mercati finanziari e dell'impresa network, si lavora vicino a non-colleghi e non si sa bene chi paga il nostro stipendio, quando c'è. Nel momento in cui né partiti né sindacati incarnano la forza per modificare radicalmente la precarizzazione totalizzante, le lotte per riuscire nei propri intenti devono trovare dei linguaggi che escano dalla propria specificità e usare strumenti che gli diano la visibilità necessaria per connettersi a una più generalizzata radicalità sociale creando spazi comuni e canali di comunicazione che dissolvano l'atomizzazione. Ossia agire con sensibilità mediatica, sfruttare gli_strumenti della comunicazione contemporanea, riteritorializzare i simboli, creare media sociali che costruiscono linguaggi comuni che nascono dalla cospirazione attiva e da una valorizzazione sociale al di fuori del capitale (una minaccia per i precarizzatori).

Bisogna toccare il nodo nevralgico non solo del "di chi è la ricchezza" ma di "cosa è la ricchezza": che è quel momento che sta fra la produzione, la circolazione e la valorizzazione sociale.: Che la mayday sia nata a Milano non è un caso. In ultimo, riteniamo preziose le posizioni di Fumagalli, della Curcio e di Gigi Roggero che questo tipo di prospettiva l'hanno assunta. Lo spazio ci è tiranno e di più non possiamo dirvi. Chainworkers.org CreW