Invito seminario/dibattito su reddito-precarietà: Milano 16-17 settembre
Il centro-sinistra, a partire dalla recente campagna elettorale, ha finalmente scoperto la precarietà. Per noi la precarietà è sempre stata centrale, dunque siamo d'accordo: è centrale che il tema assuma, finalmente, un ruolo cardine nel dibattito e nell'agenda politica attuale. La precarietà è condizione esistenziale e generalizzata, è il cuore vivente su cui poggia il paradigma di produzione contemporaneo. Punta a trasformare, plagiare, reificare le soggettività al lavoro nel capitalismo cognitivo presente.
La precarietà è condizione eterogenea e molteplice: è donna, è migrante, è materiale e immateriale, interessa tutte le fasce di età - anche se in misura maggiore quella giovanile - è industriale e terziaria, è interna ed esterna allo stesso tempo. La precarietà si basa sull'individualizzazione del rapporto di lavoro, sul progressivo ma inesorabile smantellamento dei diritti del lavoro così come dei servizi, su miopi politiche concertative sindacali, sulle difficoltà/incapacità di rappresentarla, sulla perdita di valore della contrattazione collettiva, sul diffondersi dei miti della flessibilità e dell'individualismo nei comportamenti privati, sul cedere delle pratiche conflittuali. Essa viene percepita con modalità differenti a seconda del conteso lavorativo e del tipo di prestazione svolta.
Non c'è, dunque, un'unica risposta possibile alla precarietà. Proprio perché riguarda la vita intera degli individui, perché eccede la sola condizione lavorativa e di reddito, non è pensabile un intervento esclusivamente limitato alle politiche del lavoro. Essa deve essere affrontata nella sua ingombrante complessità, sia sul versante dei diritti del lavoro che su quello della rivendicazione di un nuovo welfare, che vuole dire "immaginare un nuovo piano simbolico". La lotta contro la precarietà è infatti, soprattutto, lotta contro le condizioni di ricattabilità che essa comporta, ma è anche lotta contro il crescente condizionamento simbolico del vivente. Bisogna puntare al miglioramento delle condizioni salariali e contrattuali vigenti ma anche a garantire un reddito, a prescindere dalla prestazione lavorativa. Durante l'estate sul quotidiano Il Manifesto si è svolto un dibattito, assai più politico che teorico, sul tema reddito/salario: essi sono stati forzosamente giustapposti. Secondo il corsivo redazionale che accompagnava il primo degli interventi, la richiesta di un reddito continuativo favorirebbe la frammentazione del mondo del lavoro e la riduzione dei salari, rendendo vane le conquiste sociali di un secolo di lotte operaie. Si pretende, in tal modo, di costruire un'artificiale e corporativa contrapposizione tra lotta per il reddito e lotta per il salario, che non esiste nella realtà. Essa pare frutto, piuttosto, di nostalgie per la classe operaia dell'industria manifatturiera. Si cancellano così le caratteristiche della nuova composizione sociale del lavoro, che vede al suo interno una quota crescente di lavoro cognitivo terziarizzato, con nuove esigenze, bisogni, contraddizioni.
Si è premuto perché le iniziative della sinistra radicale e dei movimenti, a partire dall'assemblea dell'8 giugno scorso a Roma, "Stop precarietà", si focalizzassero sulla stabilizzazione del posto di lavoro e sull'abrogazione della Legge 30, dipinte come le uniche possibili misure per un reale superamento della precarietà. Ma è davvero così? Non si sta facendo demagogia? Riteniamo che non debba esserci alcuna sterile contrapposizione tra lotta per il reddito e lotta per il salario. Che esse siano, in questa fase, complementari. Affrontare il nodo della precarietà richiede l'utilizzo congiunto di più strumenti, a seconda delle caratteristiche del lavoro, del territorio, dei casi concreti. Laddove esiste abuso della parasubordinazione è sacrosanto che venga convertita e riconosciuta come lavoro dipendente (come nel caso dei 3200 di Atesia). Ma è altrettanto sacrosanto che vengano messe in opera iniziative per garantire continuità di reddito e servizi di base (casa, mobilità, saperi...).
Riteniamo altresì che nell'attuale capitalismo contemporaneo dove linguaggio e sapere e lo sfruttamento dei beni comuni sono i nuovi motori dell'accumulazione, la moltitudine precaria debba aprire vertenzialità non solo nei luoghi di lavoro ma anche e soprattutto sui territori metropolitani, andando a ridiscutere di reddito e di welfare. E' obbligatoria la ricomposizione sociale di ciò che il capitale frammenta, la riappropriazione di quei beni comuni di cui il capitale ci espropria. Le esperienze di lotta francesi del 2005 e del 2006 vanno riprese, i loro contenuti riaffermati con forza.
Su questi temi, UniNomade (con il supporto del collettivo Chainworkers) organizza un incontro-dibattito nei giorni 16-17 settembre a Milano con il seguente calendario dei lavori:
Sabato 16 settembre
Ore 13.00 – 17.30 - relazioni sui seguenti temi: - capitalismo contemporaneo, ruolo della precarietà e dei saperi: le nuove contraddizioni - politiche del lavoro e di welfare - la centralità della questione reddito: definizioni ed effetti - praticabilità e prospettive del reddito d’esistenza Introducono Carlo Vercellone, Andrea Fumagalli e Raul (Madrid), animano il dibattito Toni Negri, Benedetto Vecchi, Cristina Morini, Gigi Roggero, Chainworker, ESC, Infoxoa, Neurogreen, …….
Ore 18.00 – 20.00: tavola rotonda e confronto sulla proposta di reddito e forme della precarietà: intervengono Giovanni Mazzetti, Giorgio Cremaschi, Toni Negri, Carlo Vercellone, Andrea Fumagalli. Coordina e presiede Marco Bascetta,
Domenica 17 settembre
Ore 10.00 – 13.00 continua la discussione con le realtà di movimento. Coordina Marcello Tarì.
