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Tocca adattarsi?

Non so cosa è più spaventoso: queste nuove batoste, la faccia di culo del governo e del Parlamento nel rimbalzarsi la responsabilità di queste porcherie, o il silenzio generale e rassegnato dei diretti interessati.

Che questo governo non avrebbe fatto la fortuna dei precari si sapeva: bisognava solo aspettare di sapere di che morte si sarebbe morti, e ora lo si sa.

Che i governanti abbiano la faccia come il culo ce lo mostrarono ripetutamente i redattori di "Cuore" (buonanima!), prima di essere travolti da una realtà più assurda della satira stessa. Perchè diciamolo: assitere allo spettacolo di un governo che manda a votare in parlamento una legge che, essendo orrenda secondo l'opinione del governo stesso, il parlamento non avrebbe mai dovuto approvare, e di un parlamento che approva una legge che, essendo esecrabile nella sua stessa opinione, il governo non avrebbe mai dovuto scrivere, è al di là di ogni perversione fantapolitica. E' come vedere, davvero, gli asini che volano.

Eppure, per stupirsi bisogna fermarsi un attimo a riflettere, se no uno non se ne accorge subito, talmente è abituato. Montanelli diceva che l'Italia doveva vaccinarsi a Berlusconi: mi sa che al posto del vaccino ha preso un'anestetico, perchè l'unico risultato sembra essere che adesso può prendere tutte le dosi di Berlusconi che vuole, senza fare una piega.

Ed è questa la cosa che più mi fa impressione: il silenzio degli italiani. Il silenzio dei precari in particolare.
Allora mi viene il dubbio: siamo noi che siamo sbagliati e loro che hanno ragione. Noi chini sul nostro piccolo orticello, invidiosi della ricchezza e della tranquillità dei nostri genitori, loro invece pronti a disegnare un futuro migliore, naturalmente impassibili al destino di una o due singole e e brevi generazioni.

Forse dobbiamo sacrificarci alla storia, e basta. Mettercelo bene in testa. Chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto. Noi ci tocca dare.
Allora prepariamo i polsi ai ceppi, diciamo a mogli, mariti e figli che non si sa se e quando li rivedremo, che teniamo da lavorà, e voghiamo al ritmo dei tamburi e spingiamo massi ad ogni schiocco di frusta, sperando che le sorti si risollevino, all'improvviso, il giorno dopo.

Provoco, ovviamente.
Loro hanno torto marcio.
Però mi pare che l'andazzo sia un pò questo. Che tutto si accetti nello stile del biblico Giobbe.
Che ci si lamenti in privato, a cena a casa, coi parenti, tra amici. Perchè lamentarsi spesso è un piacere, dà un senso alle cose. Gli Italiani sono famosi per lamentarsi e non muovere mai un dito.
Ho un po' paura che alla fine questo della precarietà sia diventato davvero una specie di alibi, che giustifica il fatto stesso di non fare niente, di non avere il tempo e le forze psicofisiche, dato che si è precari ed essere precari è dura, consuma. La forma esasperata di certo "mal di vivere" adolescenziale, quel piacere sottile e masochista di stare al buio ad ascoltare i Joy Division.
Uno non ce la fa ad essere precario tutto il giorno e poi la sera sbattersi pure per difendere i propri diritti. Lagne del genere le sento sempre più diffuse.

Non vorrei fosse così, ma temo che la disillusione abbia preso il sopravvento, che ogni nuova batosta sia accolta con rassegnazione invece che con indignazione. Forse che la rassegnazione, come a volte accade con la depressione, sembra l'unico rifugio sicuro per l'uomo precario?

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