Alcuni spunti sulla giornata del 6 novembre 04 dalla CreW


Prima considerazione.

Conflitti

Pensiamo che la giornata del sei nel suo complesso sia stata positiva, non tanto per la partecipazione comunque soddisfacente, quanto invece per il tipo di partecipazione. Cerchiamo di spiegarci meglio. Scusateci le prime dieci righe di excursus.
Non molto tempo fa, in quello che si stava per definire movimento no global, per quel che riguarda il profondo nord, le questioni legate alle tematiche del lavoro erano completamente bypassate da letture che si muovevano fra il massimalismo e il furbesco. In altri casi invece ci si scontrava con analisi ed interventi inadeguati e un pò, diciamolo, retrivi. Poi venne
la verità del pacchetto treu e si istillò nella percezione sociale e lavorativa di alcuni di noi uno strano sentimento di precarizzazione.

Una precarizzazione che si diffuse in un contesto di piena occupazione ( 4% di disoccupazione a milano _ 2.8% nella provincia ed in lombardia e se ci sbagliamo lo facciamo di poco). Un disastro. Sempre maggior malessere e niente ( poco )conflitto. Anzi, a dir la verità al principio sbagliammo ad interpretare quello che tutto ciò suggeriva. Si incominciò col denunciare
le condizioni neo_schiaviste all'interno delle catene commerciali di distribuzione e di ristorazione per poi ritrovare, nel 2001, una situazione che in generale precipitava vorticosamente verso questi "eccessi"e non verso un assestamento di sacche di marginalità precaria, come ci saremmo aspettati due anni prima.

Poi c'e' stata la mayday e da qui in avanti i nostri percorsi si sono incrociati.
Quello su cui vorremmo però soffermarci sta nel fatto che il conflitto contro la precarietà al principio non aizzò i precari e i lavoratori (più garantiti) nei posti di lavoro, ma si configurò prima nel sociale in forma pervasiva e fascinante.
Il protagonismo del primo maggio precario si affermò immediatamente, relegando quello desueto della mattina ad un ruolo di marginalità. Si accentuò raddoppiandosi ad ogni edizione, generando conflitto sempre più radicale, investendo l'intera giornata e ottenendo quello che mai si e' verificato a Milano, la città dei consumi e della comunicazione: che i centri
commerciali chiudessero e che i precari comunicassero suggestioni in competizione diretta con quelle sfornate dal grande ventre del biscione.

Sto pippone per dire che il conflitto e' sorto al di fuori dell'ambito lavorativo stretto, materiale, ma non al di fuori della complessità di quello che oggi il lavoro rappresenta.
I precari sono riusciti ad esercitare conflitto attraverso una produzione autonoma di immaginari calati in un contesto di agitazione e di capacità di materializzazione completamente differente da ciò che c'era prima. La partecipazione attiva di
chi fa, disfa, pensa, condivide, distribuisce, costruisce, trasporta e' aumentata esponenzialmente investendo non solo il modo
della cognizione ma usufruendo abbondantemente di quei mezzi materiali a cui ognuno di noi ha accesso nel proprio contesto lavorativo.

Il conflitto e' stato una gioiosa cooperazione diffusa che ha dato luogo a produzioni materiali ed "immateriali" e ad una autorappresentazione della condizione di vita precaria del tutto vincente e dilagante.
Sorridiamo ancora al pensiero delle furtive entrate negli scantinati del teatro dove i precari e le precarie che vi lavorano tutt'ora, stavano creando e costruendo il santo.
Per non parlare dei potenti mezzi tecnici, vedi carro di testa e non solo, che nelle fatture di noleggio figuravano come dei "quasi" hi fi + lampadine da 100 watt colorate e anche in questo caso l'accondiscendenza non era di una o due
persone ma di tanti precari che chiudevano un occhio mentre strizzavano l'altro.
Forse che il conflitto, che altrove assume ancora aspetti "classici", in questo contesto ha trovato sbocco e principio accelerativo in queste forme cooperative di precari in auto_produzione/rappresentazione?!

E lentamente ma inesorabilmente tutto ciò e' precipitato anche nei contesti lavorativi dove il malumore ha trovato nome e poco dopo, speriamo sempre in forma maggiore, quest'insofferenza ha trovato sfogo nella lotta.
Oggi il nervosismo e l'isteria padronale e governativa su queste tematiche dimostrano che si e' centrato il segno ( vedi la richiesta di scomunica di s.precario fatta da alemanno e sacconi e la frase mitica di de corato che imputa al nostro santo di essere il mandante delle efferatezze del primo maggio). Non solo. Questo livello di discussione, o meglio il sistema
cartesiano a cui tutte le problematiche legate alla precarietà fanno riferimento e' appunto il frutto di quel filo rosso ( o pink) che ha legato le iniziative della mayday, del corteo di roma del 22 novembre scorso e del 6 di quest'anno (e della proiezione europea di tutto questo) ad un processo meno visibiledi innovazione e di relazione e confronto quotidiano di cui spero si
riconosca il meritevole apporto di quel contesto eterogeneo di situazioni che hanno dato vita a Precog.

Questo per ribadire che, se e' corretto che 'gli innovatori' non pontifichino e pretendano di appiattire tutto a sé, e' altrettanto importante che 'i classici' non avanzino pretese assolutizzanti facendo leva su una concretezza che comunque non e' riuscita ad affermarsi ovunque e/o con la forza dovuta.
Si rimembri che lo stagno e' il nostro passato e l'equilibrio in questo caso e' sapienza del futuro.

Per tornare al sei queste cose si sono viste e assaporate ( nei lati positivi e in quelli negativi) e rispetto al corteo del 22 novembre scorso ci sembra, e spero che tutti condividano ciò, che i passi avanti siano stati notevoli.

Cercheremo di essere più brevi perché questo e' il primo di quattro punti e non vorremmo essere odiati per sempre. ( questo per dire che saremo più brevi ma anche più schematici )

Seconda considerazione.
Sensazionalismo e comunicazione

La successiva visibilità mediatica invece ci ha fatto paura. Ci e' sembrato un viaggio a ritroso, secoli secoli addietro all'era del g8. Ci fu un tempo in cui i giornalisti venivano cacciati ( e' un eufemismo), nell’ era successiva si avviò un dialogo interfacciato da potenti uffici stampa. I talk show si riempirono di presenze alternative e il movimento no global morì da lì a sei mesi. ( Abbiamo calcato la mano abbreviando però il tutto). Giustamente qualcuno/a però cambiando fortemente le capacità interpretative del movimento cominciò a studiare la società comunicazionale ed oltre all'esortare ognuno di noi a costituirsi media di se stesso (become your media) si rese conto che il processo di produzione dei simboli e quello di gestione delle informazioni erano sequenze "di qualità" su cui le multinazionali imponevano il proprio dominio mentre quei luoghi di
distribuzione ( di spaccio ) di informazione di massa erano sensazionalometri di unità quantitative. Nella tv convive
una produzione di qualità ( prevalentemente quella pubblicitaria ) con una produzione di quantità ( più o meno il resto) il cui risultato e' spacciare informazioni inflazionate per cooptare e vendere all'inserzionismo pubblicitario segmenti di pubblico (non e' un assoluto e vale certamente più per la televisione che per la stampa, anche se i giornali gratuiti tipo metro dimostrano la
veridicità di ciò).

Non diciamo certo di tornare alla fase della cacciata dei giornalisti ma affermiamo che il rapporto con questi mezzi di informazione deve essere inserito in un contesto di strategia più vasta di produzione comunicazionale in cui il media mainstream viene usato con 'attenzione', parsimonia e creativita' sperimentale per forzare quei meccanismi che oramai in ogni occasione restituiscono alla visibilita' iniziale solo genericità e umori superficiali.

La mayday e' cresciuta all'interno dell'oscuramento mediatico, ma e' cresciuta forte e sana e gira e rigira, mai il giorno dopo, le sue tematiche hanno conquistato l'attenzione.
Il discorso invece che riguarda l'approssimazione con cui le tematiche di cui siamo fautori poi vengono trattate dalle persone che ci stanno di fianco nei percorsi di lotta e che tentano di rappresentarci in questi dibattiti... e' meglio non affrontarlo.

Terza considerazione.
Carovita e precarietà.

Il carovita e' una calamità di cui tutti hanno la percezione. Ma la subordinazione che questa problematica deve avere rispetto al problema più generale della precarietà deve essere un aspetto secondo noi accettato da tutti/e. Anzi la declinazione della precarietà del lavoro in precarietà sociale non ci deve far dimenticare che e' dal lavoro ( dalla sua presenza e dalla
sua assenza, dal valore e dal tempo della sua retribuzione, dagli orari, dalla frammentazione e dalla variazione improvvisa di questi ecc ecc) che tutto parte e soprattutto che lo strumento che rende tutto ciò possibile e' il controllo totale dei flussi informativi dei simboli e dei saperi.
Secondo noi il carovita e' argomentazione forte ma non e' principio e fine. Il principio e la (il) fine se proprio devono essere nominati stanno nella precarietà lavorativa e nell'accesso ai saperi.
Ossia nella liberazione dal dominio del lavoro ed alla produzione autonoma di senso.

E da qua la quarta argomentazione
Centro commerciale come cattedrale del consumo/consumismo

Ci sono tre regolette che ci diamo sempre come riferimento per le nostre azioni contro i luoghi della precarietà.
1) colpire l'immagine dell'azienda
2) aizzare i lavoratori e i precari presenti in questa
3) disturbare l'incasso (preferibilmente con picchetti o anche tramit e autoriduzioni).
Dei tre obiettivi i primi due per noi sono altrettanto incisivi in quanto intaccano alle
fondamenta i motivi del guadagno.

La cosa su cui dobbiamo concentrarci ( anche se ci rendiamo conto che le diverse precarietà presenti rendono l'efficacia delle soluzioni adottate differenti rispetto al contesto a cui si fa riferimento) e' il fatto che quel luogo ( il centro commerciale) e'
di per se una merce anzi e' una essenza di vita ( tipo auchan numero cinque ) o meglio un avamposto ideologico che rappresenta l'ordine sociale a cui ci vogliono abituare e rappresenta già il luogo pubblico per eccellenza; ma esso impone una
concezione di luogo pubblico che ci e' nemica.
Noi non possiamo chiedere di essere "cittadini" di tutto ciò.

Nella confusione del sei mattina questo e' passato! E' passato che noi non abbiamo i soldi per andare a fare la spesa nel centro commerciale e quindi la spesa in un modo o nell'altro ce la facciamo lo stesso.
Non un volantino esplicito ai lavoratori, non un impianto abbastanza potente per comunicare a tutti/e in maniera chiara ed univoca l'intento dell'azione, non un senso di avversità con quel luogo che veniva sanzionato con l'autoriduzione come anticipo del rimborso delle sue enormi responsabilità nella precarizzazione di noi tutte/i.
Cercheremo entro breve di mostrare e documentare l'azione fatta all' esselunga il 30/10 perché secondo noi e' emblematica riguardo a tutte le questioni sopra accennate.

Temiamo che la spettacolarizzazione della questione della precarietà ci porti a deviare dal percorso esposto nei punti precedenti, poiche' ricercando la comunicazione con i precari attraverso i media ( e non cagandoseli
nell'azione magari), scegliendo la catena commerciale come interlocutore privilegiato e scegliendo la battaglia del carovita come obiettivo principale, si rischia di entrare in una spirale semi populista che permette ( ai professionisti del plagio ) facili ricadute interpretative verso anni '70, a cui segue l'attuazione meccanica di collaudati schemini di condanna, repressione con bastone e un uso discriminato della carota per le questioni urgenti 'del disagio marginale'.
Per quanto riguarda le mille sfaccettature dei nostri ragionamenti, le mille qualità delle nostre proposte... saranno oggetto di studio fra qualche anno dai professionisti dell'underground.
Noi abbiamo bisogno di empatia e complicità che sono caratteristiche fisiche di vicinanza e sensualità. Per la comunicazione ci rimettiamo a reload che sta sviluppando macchine a diffusione telepatica.